Un secrétaire per il Vicepresidente della Cisalpina

Giuseppe MaggioliniSecrétaire (di una coppia), 1798
Legno di noce e abete intarsiato in palissandro, bois de rose, mogano, bosso, acero, acero tinto verde, noce e altri legni non correttamente identificabili, cm 179x124x53,5
Collezione privata
Restauro Giuseppe Beretti, 2000

Bibliografia:
G. Beretti, Laboratorio, contributi alla storia del mobile lombardo, Milano 2005, pp. 80-89

La fuga nel maggio del 1796 dell’arciduca Ferdinando e lo stabilirsi del comando napoleonico nella città di Lodi, dopo la celeberrima battaglia, decretarono l’immediata e repentina fine della stagione dell’ornamentazione neoclassica. Gli anni che seguirono furono per tutti i protagonisti di questa passata stagione (artisti, decoratori, artigiani), anni durissimi. Il pagamento del debito di Guerra di 20 milioni di lire che il Direttorio impose alla Lombardia, ebbe infatti ripercussioni pesantissime.
Se le famiglie più fortemente tassate furono le più ricche, nel complesso tutta la società lombarda ne pagò le pesanti conseguenze. Va da sé che tutta l’industria, che oggi diremmo del lusso, legata ai cantieri d’epoca arciducale, si trovò immediatamente sul lastrico. La nobiltà ora non solo non edificava, non decorava, non arredava i propri palazzi e le proprie ville, ma addirittura licenziava i domestici[1].
Nelle campagne le grandi proprietà, le ville di delizia, vennero pesantemente saccheggiate dall’armée. “Cette contrée est une des plus riches de l’univers”[2], scrisse Napoleone al Direttorio di Parigi; e conseguentemente non ebbe riguardi particolari nel saccheggio. Le lettere di requisizione del Direttorio, scrisse Pietro Verri, “fioccano come neve”[3]; a spese della ricca Lombardia, per la prima volta nel 1793, i soldati dell’armée ebbero finalmente il pagamento “del soldo”[4].
Gli anni che seguirono, con l’assestamento politico e sociale della repubblica Cisalpina, il violento ritorno degli Asburgo e la breve conseguente guerra, il ristabilimento del governo cisalpino, non portarono tuttavia per il comparto economico della decorazione e dell’arredamento di lusso a una vera ripresa economica, che si sarebbe manifestata solo nel 1804 quando la città si risvegliò al lusso e alla ricchezza necessarie alla cerimonia dell’incoronazione di Napoleone imperatore.


In una petizione del “4 Termidoro dell’anno ottavo” (luglio 1800) indirizzata alla Commissione Straordinaria Governativa, scriveva così Giuseppe Levati (1739-1828), uno dei protagonisti della passata stagione Neoclassica:

“La protezione che accordate Cittadini Governatori alla scienze, ed alle belle arti, e il vostro particolare interessamento per la sussistenza non meno degli Artisti, che per l’istruzione della gioventù tengono in sicura fiducia il ricorrente Giuseppe Levati Pittore Architetto ed ornatista di partecipare delle beneficenze del governo e di conseguire que’ mezzi di sussistenza che già da quattro anni gli mancano del tuto per effetto delle circostanze sgraziate per l’arte sua”[5].

Secrétaire pubblicato nel 1953 da Giuseppe Morazzoni in Il mobile intarsiato di Giuseppe Maggiolini, Tav. XXXII

Furono anni durissimi anche per Giuseppe Maggiolini e l’officina di Parabiago. In una lettera al conte Andreani del giugno 1799 Giuseppe Maggiolini lamenta di aver perso una “non indifferente somma appresso al cessato Direttorio”[6].
Le opere oggi conosciute eseguite dall’officina in questi anni sono mobili per lo più modesti; scarsi sono nel Fondo dei disegni dell’officina i disegni che recano le date di commesse evase in questo periodo. Non dovettero tuttavia mancare ordinativi di un certo rilievo. Un committente in particolar modo si avvicinò all’officina di Parabiago. Francesco Melzi d’Eril, esponente della più ricca aristocrazia milanese, ma soprattutto Vicepresidente della Repubblica Cisalpina, si rivelò tanto un ottimo cliente quanto futuro protettore di Giuseppe Maggiolini in seno alla corte che si insedierà a Milano con l’incoronazione di Napoleone imperatore. Fu infatti proprio il Melzi a commissionare a Maggiolini nel 1804 una coppia di commodes, finemente intarsiate e ornate da ricchi bronzi, per la camera da letto dell’imperatore in Palazzo Reale a Milano, ritrovate nel 1993 sul mercato antiquario newyorkese[7]. Probabilmente la prima commessa dell’importante uomo politico all’officina riguardò l’esecuzione di una coppia di secrétaires, uno dei quali già noto in quanto esposto alla Mostra commemorativa di Giuseppe Maggiolini del 1938[8] e pubblicato da Giuseppe Morazzoni nel 1953[9], eseguiti nel corso del 1798. Il pendant di cui non si conosceva l’esistenza, è comparso ad un’asta milanese di Sotheby’s nell’inverno del 1999 ed è stato successivamente restaurato nei primi mesi del 2000.

Disegnatore della bottega di Giuseppe Maggiolini, Due cornucopie intrecciate e legate da una galla, 1798. Grafite, penna e acquerello su carta bianca, mm. 250×199. Milano, Gabinetto dei disegni delle Raccolte artistiche del Comune di Milano, Raccolta Maggiolini, Inv. B 442

Nel fondo dei disegni dell’officina si conserva un foglio preparatorio (Inv. B 442)[10] per l’intarsio delle cornucopie nelle cartelle circolari delle quattro ante inferiori di questi due mobili. Si tratta di un disegno a penna, acquerellato in modo piuttosto sbrigativo e incompleto – manca infatti dello specimen dei fiori che fuoriescono dalle cornucopie – che reca l’appunto “4 Ante abas.[s]o Segr.[étai]re 2 Melzi [17]98”. Possiamo facilmente constatare come la corrispondenza tra il disegno e l’intarsio sui due mobili, fino al 1999 conservati in due distinte collezioni direttamente legate alla famiglia Melzi, sia assoluta. Il numero 2 che compare tra l’abbreviazione secrétaire e il cognome Melzi sta per: quattro ante due secrétaires Melzi. Addirittura la modifica proposta dell’appunto sul disegno relativa alla distanza tra le due cornucopie – “Si ridurrà a [once] 1.1/4 cioè più vicini pel miglior efeto” -, come si vede confrontando il disegno con le tarsie realizzate, venne recepita. Dei mazzi di fiori che fuoriescono dalle cornucopie non si conserva oggi un preciso disegno preparatorio in quanto l’officina li componeva, più o meno riccamente a seconda dell’importanza della commessa impiegando appositi specimen di corolle di fiori ancora oggi conservati nel Fondo  dei disegni dell’officina. Sull’anta superiore a calatoia del mobile pubblicato dal Morazzoni compare, all’interno di una cartella ovale disposta verticalmente, l’Allegoria della Liberalità mentre su quella del mobile già Sotheby’s troviamo l’Allegoria dell’Allegrezza. Di entrambe le allegorie nel Fondo dei disegni dell’officina si conserva il disegno preparatorio (Inv. C 26-27)[11], costituito da una copia di mano di Carlo Cantaluppi di due disegni di Andrea Appiani 1754-1817) tratti dall’Iconologia di Cesare Ripa, probabilmente messi a punto molti anni prima dell’esecuzione di questi mobili, quando ancora il giovane pittore forniva abitualmente modelli dell’officina. Erano quelli, per intenderci, gli anni dell’esecuzione da parte dell’officina dei primo mobili alla “Nuova Maniera”.

Carlo CantaluppiL’allegrezza, 1798 ca. Grafite, penna e acquerello su carta bianca, mm. 363×231. Raccolta Maggiolini, Inv. C 27

I mobili hanno misure assai generose, ben superiori a quelle dei normali secrétaires eseguiti dall’officina, tanto che le ante inferiori celano tre cassetti degni di una vera e propria commode; l’anta a calatoia, una volta aperta, presenta un ampio piano di scrittura sul quale, stando in piedi, si poggiano comodamente i gomiti. Le grandi superfici sono completamente ricoperte da intarsi caratterizzati da un acceso contrasto cromatico, che conferisce al mobile una ricchezza piuttosto vistosa. Domina infatti la superficie il deciso contrasto tra l’oscuro palissandro e il luminoso bois de rose che ritroviamo assai spesso nei mobili eseguiti dopo il 1796. Lo si ritrova, ad esempio, anche in un altro mobile eseguito per Francesco Melzi come la toilette del 1802 oggi in una collezione privata monzese[12]. Abbandonata la delicata luminosità dell’intarsio che caratterizza la matura produzione d’epoca arciducale, Maggiolini in queste opere sembra alla ricerca di contrasti più decisi, meno aggraziati.
L’organizzazione compositiva delle ante conserva invece il tipico schema ornamentale delle superfici messo a punto nel corso del ventennio precedente. Secondo una disposizione centrifuga rispetto al fulcro centrale, costituito in questo caso da medaglioni ovali e circolari, riserve mistilinee finemente bordate si alternano ad ampie incorniciature armonicamente inserite nel perimetro delle ante. Nelle riserve angolari sono inseriti tralci di vite: espediente ornamentale che diverrà la prassi decorativa dei piani dei tavoli da gioco che l’officina comincerà a eseguire su scala industriale dopo il 1805. I fianchi, nel ripetere la scansione della facciata, presentano due grandi pannelli, leggermente ribassati, in cui sono inseriti motivi a candelabrum di ampio respiro, come in numerosi mobili di questa stessa tipologia oggi conosciuti.
Le candelabre sui pilastri e i fregi sulle catene presentano, in entrambi i mobili, il medesimo disegno; ma su un mobile sono in legno chiaro su fondo scuro e sull’altro, viceversa, scuri su fondo chiaro. Espediente decorativo, non raro nei mobili eseguiti a Parabiago, che permetteva all’officina, nel caso dell’esecuzione di coppie di mobili, di riutilizzare, in virtù dell’interscamibabilità tra fondi e disegni, gli scarti di taglio ottenendo due fregi con fondi e disegni invertiti. Con questa tecnica sul frontale del cassetto superiore è reso un fregio, caratterizzato da due fauni affrontati dalle cui code sortiscono ricchi girali d’acanto; motivo già impiegato dall’officina sul fronte di uno dei cassetti della console riccamente ornata di bronzi, probabilmente prima del 1796, in collaborazione con il bronzista Angelo Parodi e ancora oggi conservata nelle collezioni del Palazzo Reale di Genova[13].
La greca sulla catena inferiore compare, sempre in questa posizione di margine inferiore, in numerosi altri mobili; si veda, ad esempio, la commode con ribalta e alzata della collezione Litta Modignani[14]. I piedi torniti, scanalati e terminanti in una sfera finale, sono molto simili a quelli che compaiono nella grande scrivania oggi presso le Civiche Raccolte d’Arte milanesi, mobile stilisticamente databile a questi poco felici anni nei quali la grazia progettuale, che caratterizza la produzione d’epoca arciducale, sembra perduta per sempre. Prossime, anche cronologicamente, a questa coppie di secrétaires, sono due angoliere, oggi in collezione privata, caratterizzate da una grande riserva circolare con cornucopie ricolme di fiori. Ancora accomuna queste angoliere ai nostri secrétaires il fregio con i fauni dalle lunghe code a girale d’acanto sul frontale dei cassetti superiori. La raffinata bordura che incornicia la riserva circolare dell’anta è tratta dal modello albertolliano già impiegato dall’officina nel tavolino Borromeo.


[1] Storia di Milano, Fondazione Treccani degli Alfieri, 1959, Vol. XIII, p. 42 [2] Ivi. [3] Ivi. [4] Ivi. [5] Archivio di Stato di Milano, Fondo Autografi, Cartella 100, Busta 12 [6] G. Beretti, Giuseppe e Carlo Francesco Maggiolini, l’officina del Neoclassicismo, Milano 1994, p. 146 [7] G. Beretti, Op. Cit., pp. 172 e sgg. [8] Catalogo Mostra commemorativa di Giuseppe Maggiolini, Milano 1938, Tav. 39 [9] G. Morazzoni, Il mobile intarsiato di Giuseppe Maggiolini, Milano 1953, Tav. XXXII [10] G. Beretti, A. Gonzàlez-PalaciosGiuseppe Maggiolini, Catalogo ragionato dei disegni, Milano 2014, p. 180 [11] G. Beretti, A. Gonzàlez-PalaciosOp. Cit., p. 246 [12] G. Beretti, Op.Ccit., pp. 166 e sgg. [13] G. Beretti, in Gli splendori del bronzo, mobili ed oggetti d’arredo tra Francia e Italia. 1750-1850, Torino 2002, pp. 138 e sgg. [14] Catalogo Mostra commemorativa di Giuseppe Maggiolini, Milano 1938, Tav. 3

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