«Chi ha tenuto un pennello in mano sa quanto sia difficile l’arte del dipingere e, se costui non diventerà pittore, saprà però conoscere la pittura meglio di chi non ci ha mai provato.»
Suonano come un antico adagio cinese quando, invece, sono le parole che soleva ripetere un vecchio professore di storia dell’arte d’oltremanica. Naturalmente il professore si rivolgeva con un pizzico di sarcasmo a quei suoi colleghi tutta teoria e niente pratica.
Ho fatto mia quella massima, convinto che solo mettendo le mani sui lavori dei maestri ebanisti del passato sarei riuscito, a forza di smontarli e rimontarli, a carpire i loro segreti e ad apprendere le tecniche di costruzione di cui si andava perdendo la memoria. Ma non bastava. Al lavoro con le mani occorreva alternare quello sui libri, perché oltre alla materia che imparavo a governare con pialle, raspe, sgorbie e scalpelli, avevo anche bisogno di conoscere la storia di quei maestri e di quegli artigiani che formarono il gusto del mobile italiano ammirato per secoli nel mondo. Essendo Milano la mia città, è stato quasi inevitabile dedicarmi alla storia del Neoclassicismo milanese e soprattutto del suo principale esponente Giuseppe Maggiolini (Parabiago, 1738–1814), genio mai dimenticato dell’ebanisteria italiana del Settecento, esempio tipico del trapasso del nome proprio in nome comune, del sostantivo in aggettivo.
Dopo la monografia del 1994 Giuseppe e Carlo Francesco Maggiolini l’officina del Neoclassicismo (e numerosi altri contributi, alcuni dei quali disponibili nella sezione Pubblicazioni), nel 2014 ho pubblicato, assieme ad Alvar González-Palacios, il volume Giuseppe Maggiolini Catalogo ragionato dei disegni.   Così sto da sempre nel mezzo, tra la pratica quotidiana in laboratorio di restauro e la teoria, imparando ogni giorno qualcosa di nuovo. Dal 2020, con Serena Clemente, da lungo tempo a mio fianco in laboratorio, ho fondato inOpera Italian Arts.