Un piccolo tavolo circolare

Giuseppe MaggioliniPiccolo tavolo circolare, 1778 ca.
Legno di noce intarsiato in bois de rose, bois de violette, palissandro, frassino, bosso, acero, acero tinto verde e altri legni non correttamente identificabili. Placche in rame sbalzato, cesellato e dorato. Scarpette in bronzo cesellato e dorato. Cm 70,5×35
Collezione Terruzzi
Restauro Giuseppe Beretti, 1993

Bibliografia:
G. Beretti, Giuseppe e Carlo Francesco Maggiolini, l’officina del Neoclassicismo, Milano 1994, pp. 74-77
G. Beretti, Laboratorio, contributi alla storia del mobile lombardo, Milano 2005, pp. 48-55
E. ColleIl mobile neoclassico in Italia, Milano 2005, pp. 320-321

Come per il tavolino Louis XV anche in questo piccolo tavolo Giuseppe Maggiolini sembra voler emulare i modelli degli ebanisti francesi. Alcuni anni separano i due tavoli: un periodo di tempo sufficiente per permettere all’intarsiatore di Parabiago di conoscere quanto andavano eseguendo a Parigi gli ebanisti alla corte di Louis XVI.
Se in quel caso avevano segnalato la vicinanza del tavolino a due tables chiffonière di Martin Carlin (1730-1785), anch’essi dal piano circolare, oggi nelle collezioni del Louvre (Inv. OA 7624 e Inv. OA 11296). Come nel caso precedente la vicinanza con i modelli d’oltralpe è davvero sorprendente.
Non pochi anni separano però i due tavolini, per l’esattezza almeno tutto un decennio dovette trascorrere tra le loro esecuzioni. Se infatti l’esecuzione di quello poteva essere posta, in virtù dei suoi legami con due opere giù ampiamente storicizzate, attorno ai primissimi anni Settanta, per questo nuovo tavolino la vicinanza con un disegno ed un mobile eseguito attorno al 1784 dall’officina di Parabiago, suggerisce una datazione prossima a quel millesimo.

E che molti anni di intenso lavoro, di costante affinamento tecnico, separino i due, lo dimostra la qualità dell’intarsio che caratterizza questo tavolo, frutto del lavoro di un Maggiolini oramai abilissimo nella pratica dell’intarsio tanto da relegare le pur belle guarniture metalliche, in rame sbalzato e bronzo, a un ruolo secondario. Tutto il partito decorativo, anche il più minuto, è svolto da un intarsio preciso nel taglio come nell’ombreggiatura, capace di restituire il più piccolo motivo decorativo con grande precisione. Nell’insieme la superficie finemente intarsiata non presenta più l’asciutto e netto contrasto che caratterizzava le prime opere, quanto piuttosto una ricchezza cromatica, dovuta all’inserimento nella tavolozza di nuovi legni, e soprattutto una morbidezza chiaroscurale resa possibile dall’affinamento della tecnica dell’ombreggiatura, per mezzo di sabbia arroventata, delle singole tessere. Ancora presente il bois de rose, mentre è del tutto scomparso il nervoso bois de violette che probabilmente Giuseppe Maggiolini dovette ritenere materiale intrinsecamente rocaille e, dunque, poco adatto ai moderni intarsi alla “Nuova Maniera”. Il motivo decorativo sulle lesene, come anche le mensole che le serrano reggendo le fasce, sono elementi caratterizzati dal chiaro legno di bosso steso su di uno sfondo di bosso scurito per mezzo dell’ombreggiatura nella sabbia arroventata che gli conferisce una sfumatura umbratile, sottilmente disomogenea, che contribuisce a sfumare alla stregua di un’acquerellatura bruna le superfici dei fondi. Il fregio intarsiato sulle fasce del tamburo, costituite dai frontali dei tre cassetti che si aprono tramite un piccolo pulsante segreto, è ancora di bosso su un fondo di luminoso e fulvo mogano: legno abbondantemente impiegato da Maggiolini a partire dai primi anni Ottanta, che ritroviamo anche nel piano come sfondo oscuro a dar risalto alle incorniciature di bois de rose bordate da un finissimo nastro.
Al centro del piano circolare è un rosone, contrappuntato esternamente da tre piccole vele decorate da un piccolissimo racema. Nelle tre cartelle a mandorla del piano sono inseriti, su di un fondo di acero luminoso e cangiante alla stregua di un velluto di sera, ricchi trionfi con le armi di Cupido legate da galle. Pur di finissima fattura, i trionfi di queste mandorle mostrano, da un punto di vista compositivo, una certa ingenuità debordando dall’angusto campo in cui sono inseriti. Cartelle in bois de rose bordate da minute filettature di bosso incorniciano un rosone al centro del pianetto posto tra le gambe inferiormente al tamburo. Anche le lunghe gambe a obelisco rovesciato sul piatto anteriore presentano, incorniciate da un listello di mogano, delle riserve in cui su un fondo chiaro spicca un festoncino di foglie d’ulivo superiormente tenuto da una galla. Il piatto posteriore è invece rivestito da una lunga e sottile panoplia di foglie di quercia in rame sbalzato, cesellato e dorato. I puntali in bronzo cesellato e dorato nella parte anteriore trovano posto al di sotto di un labbro, su cui è intarsiata una piccola unghiatura in legno di bosso, per svilupparsi invece nella parte interna delle gambe con una foglia d’acanto che unisce il ricciolo poggiante a terra alle placchette in rame.

Giuseppe Levati (?), Disegno per il piano di un tavolino, 1778 ca. Grafite, penna e acquerello su carta grigia, mm. 189×125. Milano, Gabinetto dei disegni delle Raccolte artistiche del Comune di Milano, Raccolta Maggiolini, Inv. A 74 bis

Dell’organizzazione compositiva del piano e del dettaglio dell’intarsio nelle lesene tra il tamburo e il pianetto inferiore si conserva nel Fondo dei disegni dell’officina una precisa traccia progettuale. Un disegno a penna (Inv. A 74 bis)[1] presenta la decorazione di un piano circolare, con il rosone centrale, le vele di contrappunto e le tre riserve a forma di mandorla, del tutto simile a quello del nostro tavolo. L’ornato minuto proposto nel disegno non corrisponde però a quello intarsiato nel nostro tavolino. La misura di “oncie 7” sembrerebbe poi confermare non trattarsi del progetto del nostro, poiché tale misura corrisponde ad un piano poco più grande dal diametro di 38,5 centimetri anziché 35 centimetri. La sintassi compositiva è quella comunemente impiegata da Maggiolini, caratterizzata dalle diverse riserve incorniciate e legate in un meandro reso da un sottile motivo a nastro. Numerosi sono, nel Fondo dei disegni, i fogli che mostrano questa organizzazione compositiva dei piani. Del motivo intarsiato sulle lesene si conserva invece quello che dovette essere, se non il modello definitivo, uno studio preparatorio (Inv. A 354).
Il fregio intarsiato sulle fasce del tamburo trova invece una puntuale messa a punto grafica nel contesto del grande cartone preparatorio, attribuibile a Giuseppe Levati (Inv. F 4)[2], per la commode oggi conservata, mutila di gran parte delle montature in bronzo che la completavano, nelle collezioni della palazzina di caccia di Stupinigi a Torino. Vale la pena notare come la scelta delle essenze impiegate per gli intarsi di questi dettagli e addirittura la qualità esecutiva, anche delle profilature a bulino, sia nei due mobili pressoché identica. La commode oggi a Stupinigi, che nel corso dell’Ottocento era parte dell’arredo del Palazzo Reale di Modena,  presenta strette affinità con la celeberrima commode, oggi perduta, eseguita da Giuseppe Maggiolini nel corso del 1784 su commissione del marchese Domenico Serra di Genova.
Per quanto riguarda la datazione del nostro tavolino, ci pare che la diretta derivazione del fregio intarsiato sui frontali dei cassetti dal disegno preparatorio della commode di Stupinigi, e la vicinanza di questa al mobile Serra, siano elementi che permettano di ipotizzare un’esecuzione prossima al 1784. Una datazione che non dovebbe essere troppo posticipata, visto che i mobili eseguiti invece in prossimità della fine di questa decade mostrano tutti i caratteri di una produzione più matura, caratterizzata da una tavolozza meno sgargiante e più sottile pittorica. Va inoltre notato come il nostro piccolo tavolo presenti delle affinità, soprattutto di carattere tecnico ed esecutivo, con un altro mobile di questo periodo: l’immensa scrivania Bute[3], monumentale opera eseguita per un ufficio ministeriale o per la grande biblioteca di un uomo tanto erudito quanto ricco, potente e prossimo alla corte dell’arciduca Ferdinando, nel 1996 comparsa in un’asta londinese di Christie’s.


[1] G. BerettiA. Gonzàlez-PalaciosGiuseppe Maggiolini, Catalogo ragionato dei disegni, Milano 2014, p. 36 [2] Ibidem, pp. 337-338 [3] G.BerettiThe Bute Maggiolini Desk,  in: Works of Art from The Bute Collection, Londra, 3 luglio 1996, lotto 10

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