Uno “sciffone” per l’ingegner Novè

Giuseppe Maggiolini tarsia comodino

Giuseppe Maggiolini, Comodino, 1801
Legno di noce, abete e pioppo intarsiato in palissandro, mogano, bois de rose, bosso, acero, acero tinto verde e altri legni non correttamente identificabili. Piedini in ottone tornito, piano in marmo Rosso di Verona. Cm 82×44,5×37,5
Collezione privata
Restauro Giuseppe Beretti, 2019

Angelo Novè, abitante a Milano in corso di Porta Romana al numero 4250, è ricordato nell’Almanacco Reale per l’Anno 1808 tra gli ingegneri civili della città capoluogo del dipartimento dell’Olona durante il Regno d’Italia. Su di lui, forse appartenente a una famiglia francese originaria di Aix-en-Provence da tempo stabilitasi a Milano, oggi non è facile trovare altre notizie. Il suo nome compare su cinque disegni del Fondo Maggiolini. Tra il 1801 e il 1804 l’ingegnere commissionò a Giuseppe Maggiolini un comò, uno “scifone” (ossia un comodino) e un secrétaire decorato da tarsie con trofei di strumenti inerenti la sua professione (righe, squadre, goniometri e compassi).

L’occasione di occuparci di lui, ci è offerta dal ritrovamento di uno di quei tre mobili. Si tratta del comodino realizzato nel luglio del 1801, come documenta il disegno (Inv. B 575) relativo alla tarsia dell’anta della facciata, su cui Maggiolini scrisse di suo pugno: “Fac.[cia]ta Scifone Nové 1801 Luglio”. Un secondo disegno (Inv. C 724), probabilmente già impiegato quello stesso anno anche per il “Cas.[set]tino Comò Novè”, fu utilizzato anche per le tarsie del cassettino e delle fasce laterali del mobiletto in questione, che dunque era destinato ad accompagnare un comò precedentemente realizzato. L’ingegnere dovette essere un cliente di riguardo e con buone possibilità economiche, vista l’attenzione progettuale riservata ai modelli ornamentali, fatti disegnare da Maggiolini appositamente per le sue commesse. Certamente fu un uomo ambizioso e di gusti raffinati, desideroso di poter godere dei mobili di quello che, fino a pochi anni prima, era stato l’ebanista della corte arciducale. Maggiolini ripropone per quest’opera il medesimo impianto architettonico e ornamentale del comodino da centro, da tempo noto agli studi, che accompagnava, en suite, uno dei mobili più sontuosi realizzati da Maggiolini nel corso dei primissimi anni dell’Ottocento[1].

Giuseppe Maggiolini comodino intarsiato

Quattro slanciate gambe tronco piramidali di sezione ottagonale, completamente intarsiate e terminanti in piccole cipolle schiacciate di bronzo dorato, sostengono il corpo del piccolo mobile, il cui piano è costituito da una lastra di marmo Rosso di Verona incassata e bordata su tre lati da una cornice intarsiata. I pilastrini d’angolo, marcati in altezza da piccole mensole a mo’ di capitelli, sono decorati superiormente da cammei con teste di profilo derivate da un foglio di Carlo Cantaluppi, anch’esso conservato nel Fondo dei disegni di bottega (Inv. E 4); vi si riconoscono Pindaro, Faustina e Agrippina. Nella parte sottostante sono decorati da lunghe riserve nelle quali, su un fondo di luminoso acero, spiccano affusolati e delicati mazzolini di fiori legati da nastrini. Sulla piccola anta a calatoia della facciata, trova posto una bella tarsia con un vaso “all’antica” ricolmo di fiori e serrato tra due arcigni grifoni. È il tema ornamentale messo a punto appositamente per questa commessa nel disegno sul quale Maggiolini appuntò il nome del committente e la data di esecuzione del mobile. Il modello è tradotto in tarsia con assoluta fedeltà; inseriti liberamente sono invece i fiori, nel disegno appena accennati perché lasciati all’improvvisazione dell’intarsiatore, che disponeva di appositi modelli floreali – ancora conservati nelle carte del Fondo[2]. Le corrispondenti riserve sui fianchi sono occupate da rosoni ovalizzati e caratterizzati da un moto rotatorio. Il cassettino, celato nella fascia sotto piano della facciata, è decorato da un fregio con fiori e foglie che ricorre anche sulle corrispondenti fasce dei fianchi. Si tratta del motivo presentato nel secondo disegno relativo a quest’opera; un fregio con maglie di una catena centrate da piccoli rosoni, presentato verticalmente nel medesimo disegno – che ritroviamo identico in altre opere di questi anni – completa inferiormente il corpo del mobile, il cui rigoroso impianto architettonico è ingentilito da questi minuti intarsi caratterizzati da una policromia luminosa, delicata ancora di gusto Louis XVI, nonostante la dominante di toni scuri del palissandro, dell’amaranto e del mogano appena entrati a far parte della tavolozza maggioliniana con lo stabilirsi a Milano, ormai stato satellite della Francia, della corte del futuro imperatore.

Giuseppe Maggiolini progetto per tarsia
Disegnatore della bottega di Giuseppe Maggiolini, Vaso affiancato da due grifoni, 1801.  Grafite, penna e acquerello su carta bianca, mm. 176×247. Milano, Gabinetto dei disegni delle Raccolte artistiche del Comune di Milano, Raccolta Maggiolini, Inv. B 575

Nemmeno tre anni dopo aver consegnato il comodino di cui si scrive, nel marzo del 1804, l’ingegner Novè tornò a commissionare a Maggiolini un secrétaire; mobile oggi sconosciuto, perduto o, speriamo, solo disperso, di cui rimangono tre bei disegni nel Fondo. Ancora una volta si dovette trattare di un’opera di un certo rilievo poiché Maggiolini fece disegnare per i pannelli inferiori dei due fianchi due trofei allegorici con gli strumenti propri della professione del committente intrecciati a serti di lauro, ricorrendo al più fidato dei suoi disegnatori, Giuseppe Levati (1739-1828), al quale i due fogli sono graficamente riconducibili (Inv. C 212 e Inv. C 213). Ancora una volta Maggiolini vi appuntò il nome del committente, la data di esecuzione del mobile e l’esatta posizione dei due trofei sullo stesso: “fianco Sinistro abasso” e “alla dritta”. Per i pannelli superiori riadattò invece, come spesso era uso fare, uno dei più bei disegni che lo stesso Levati aveva messo a punto anni prima per un secrétaire destinato alla Villa Arciducale di Monza, recentemente ritrovato presso il palazzo del Quirinale (Inv. C 188). Il disegno originale di Levati rappresentante un delfino avvinghiato a una conchiglia, è uno dei fogli più felici del pittore, graficamente tra i più belli ancora conservati nel Fondo[3]. Non conosciamo gli altri disegni messi a punto da Maggiolini per questa commessa, forse presenti nel Fondo ma non identificabili in assenza delle note apposte a margine dei disegni da Maggiolini.

Angelo Novè rappresenta uno dei primissimi nuovi clienti di Giuseppe Maggiolini dopo la caduta del governo arciducale. Sono numerosi i disegni del Fondo che ci restituiscono i nomi di altri committenti borghesi di questi primi anni dell’Ottocento. Sappiamo poco di loro; come per il nostro Novè si tratta di professionisti, medici, avvocati, funzionari del governo napoleonico. Se questi borghesi dimostrarono di apprezzare i mobili di colui che era stato l’Intarsiatore delle Loro Altezze Reali, Maggiolini dal canto suo eseguì per loro mobili, e l’inedito recentemente riscoperto ne è una conferma, della medesima qualità di quelli consegnati fino a pochi anni prima alla più ricca e ambiziosa nobiltà Ancien Régime e in quegli anni per la nuova corte francese del viceré Eugenio di Beauharnais. Fu certamente orgoglioso l’ingegner Novè dei suoi mobili commissionati a quello che fino a pochi anni prima era stato l’intarsiatore “delle Loro Altezze Reali” e nel 1804 di sapere che il suo secrétaire venne eseguito da Maggiolini contemporaneamente alla coppia di commodes destinate alla camera da letto di Napoleone Imperatore nel “Palazzo Imperiale” di Milano.


[1] Su questi due mobili si veda: A. Gonzàlez-PalaciosIl tempio del gusto. Il Granducato di Toscana e gli Stati settentrionali, Milano, 1986, Tomo I, Tav. XLIV, pag. 279, Tomo II, p. 309; G. BerettiGiuseppe e Carlo Francesco Maggiolini, l’officina del Neoclassicismo, Milano 1994, p. 206 e sgg. [2] G. Beretti, A. Gonzàlez-PalaciosGiuseppe Maggiolini. Catalogo ragionato dei disegni, Milano, 2014, p. 140 e sgg. [3] G. Beretti, A. Gonzàlez-PalaciosOp.cit., p. 121 e sg.

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