Amore e Psiche d’après Padovanino

Giuseppe Maggiolini, Amore e Psiche, 1790 ca
Pannello in legno di pioppo intarsiato in palissandro, acero, bosso e noce. Cornice in legno di noce impiallacciata in bois de violette, legno di noce intagliato e dorato, cm 55,5×58
Già Milano, Eugenio Imbert
Collezione privata

Bibliografia:
G. MorazzoniIl mobile intarsiato di Giuseppe Maggiolini, Milano 1953, Tav. LXIII
G. BerettiGiuseppe e Carlo Francesco Maggiolini, l’officina del Neoclassicismo, Milano 1994, pp. 140-141
G. BerettiLaboratorio, contributi alla storia del mobile lombardo, Milano 2005, pp. 64-69

Che Giuseppe Maggiolini nella sua lunga carriera avesse realizzato dei piccoli quadri ad intarsio, veri e propri pezzi di bravura, era già ampiamente documentato dal racconto di don Giacomo Antonio Mezzanzanica, biografo di Giuseppe e Carlo Francesco Maggiolini. Egli ricorda in particolare un quadro, realizzato su commissione dell’arciudca Ferdinando verso il 1783, e inviato alla corte di Polonia come prezioso donativo per il re Stanislao Augusto Poniatovski.
La notizia dell’esecuzione di questa opera è anche riportata dal “Giornale di Milano” per l’anno 1783 dove si può leggere:

“Ultimamente Maggiolini ha fatto osservare alle LL.AA.RR. un quadro per cui riscosse i più sensibili e più amati applausi, il quadro rappresenta un genio che invita un re in una galleria, dove al ben inteso disegno delle figure, vi si vede una vaga architettura. Il quadro è destinato per la corte di Polonia. Noi ci preghiamo di dare i più giusti encomij all’illustre artefice di Parabiago, e non perdere mai di vista il di lui figlio, il quale ha parte anch’egli nelle suddette opere, e speriamo che riuscirà degno del degnissimo suo padre”[1].

Il quadro eseguito da Giuseppe Maggiolini, è stato ritrovato nel 1993 da Alvar González-Palacios in una collezione privata[2], poi esposto alla mostra milanese sul Neoclassicismo in Italia[3]. Relativi a quest’opera, firmata sul retro in un bel cartiglio intarsiato di carattere architettonico: “JOSEPH MAGGIOLINI/ET FRANCISCUS FIL./ PARABIAGHI DIOEC. MEDIOL/ F. 1783”, Alvar González-Palacios ha rinvenuto, nel Fondo dei disegni dell’officina, due fogli preparatori riconducibili al Levati.
La seconda opera di questo genere ricordata dal Mezzanzanica è un quadro rappresentante due amorini su disegno di Andra Appiani[4]. La piccola tavola, il cui disegno preparatorio dell’Appiani ancora si conserva tra le carte del Fondo dei disegni presso il Gabinetto dei Disegni delle Civiche Raccolte d’Arte di Milano (Inv. C 154)[5], fu presentata nel 1788 al concorso della Società Patriottica di Milano: istituzione voluta da Maria Teresa per sostenere le manifatture con sede, non a caso, nel Palazzo di Brera. Il quadro vinse il primo premio.
Anche questo, come il precedente, presenta una vera e propria firma. Sul retro della tavola è infatti incollato il cartiglio xilografico, realizzato da Girolamo Mantelli, recante l’iscrizione: “Giuseppe e Carlo Francesco Maggiolini intarsiatori delle LL.AA.RR. in Parabiago presso Milano”.

Alessandro Varotari detto il Padovanino inventò, Giuseppe Rosaspina incise, Amore e Psiche, Milano, Raccolta delle Stampe Achille Bertarelli

Il terzo quadro a tarsia, tra tutti tecnicamente il più raffinato, è però quello pubblicato nella monografia dedicata a Maggiolini da Giuseppe Morazzoni[6], fedele traduzione in legno dell’incisione di Giuseppe Rosaspina, tratta da un quadro di Alessandro Varotari, detto il Padovanino, raffigurante l’episodio culminante della storia di Amore e Psiche, oggi presso la Staatsgalerie di Stoccarda.
A differenza degli altri due, non è firmato; con quello premiato dalla Società Patriottica nel 1788 condivide la cornice, praticamente identica, impiallacciata anziché in bois de violette in palissandro.
Se nei quadri precedenti l’intarsiatore utilizza una grande qualità di legni nell’intento di ottenere un’esuberante ricchezza cromatica, nel nostro la scelta fu quella di un impiego ridotto di essenze, alla ricerca dell’effetto chiaroscurale che meglio potesse render il notturno della scena illuminata dalla luce della luna e dalla lanterna. Fatta eccezione per la colonna del portico realizzata con un’unica tessera ombreggiata di noce (con lo stesso espediente sono realizzate le colonne della galleria del quadro del 1783) e il bacile in primo piano reso da tessere di bosso, il resto della scena è affidato esclusivamente a tessere di un acero, cangiante come un velluto di seta, finemente ombreggiate nella sabbia rovente. Di acero finemente ombreggiato sono i corpi, in grande panno drappeggiato che scende sulla sinistra, come pure il cielo con la mezzaluna. In quest’opera Maggiolini dimostra un controllo di questa difficile e laboriosa tecnica davvero assoluto, virtuosistico in dettagli come la luminosità dello spicchio di luna, la luce della lanterna, l’acconciatura dei capelli e i seni di Psiche, il corpo nudo e le ali di Amore.
E’ difficile stabilire una datazione precisa di quest’opera, non ricordata dal Mezzanzanica e dalle fonti coeve. Dal punto di vista tecnico però essa appare affatto prossima al quadro premiato nel 1778 con cui condivide anche il disegno e la minuta ornamentazione intagliata e dorata della cornice.
Della storia di Amore e Psiche, tra il 1789 e il 1792 secondo la storiografia[8], si interessò Andrea Appiani chiamato a dipingere nella Rotonda della Villa Arciducale di Monza, probabilmente su indicazioni iconografiche di Giuseppe Parini, il suo celeberrimo ciclo ispirato a questa favola d’amore destinata a celebrare i vent’anni di matrimonio della coppia arciducale. Giuseppe Beretta, biografo del pittore, scrisse “Appiani slanciò in questo affresco un passo gigantesco verso l’arte perfetta, e riuscì tale nella ammirazione della società che nessuno dubitò più del grado di cui salirebbe in avanti”[9].
Una datazione del nostro quadro prossima agli anni che videro l’interessamento della corte per questo tema mitologico, è compatibile con la qualità e le caratteristiche tecniche di quest’opera, il cui raffinato tonalismo non si distacca da quello che caratterizza il secrétaire, oggi conservato a Stupinigi, eseguito dall’officina nel 1790 proprio per la Villa di Monza[10].


[1] G. A. MezzanzanicaGenio e lavoro, biografia e breve storia delle principali opere dei celebri intarsiatori Giuseppe e Carlo Francesco Maggiolini, Milano 1878, pp. 51 e sgg. [2] A. Gonzàlez-Palacios,Il Gusto dei Principi, 2 Voll., Milano 1993, I, pp. 341 e sgg. [3] L. Barroero, E. Colle, F. Mazzocca, a cura di, Il neoclassicismo in Italia da Tiepolo a Canova, catalogo della mostra (Milano, Palazzo Reale, 2 marzo – 28 luglio 2002), Milano 2002, p. 359 [4] G. A. Mezzanzanica, Op. Cit., p. 38 e sgg. [5] G. Beretti, A. Gonzàlez-PalaciosGiuseppe Maggiolini, Catalogo ragionato dei disegni, Milano 2014, p. 281 [6] G. MorazzoniIl mobile intarsiato di Giuseppe Maggiolini, Milano 1953, Tav. LXIII [7] G. BerettiGiuseppe e Carlo Francesco Maggiolini, l’officina del Neoclassicismo, Milano 1994 pp. 140-141 [8] Sulla cronologia di questa impresa di Andrea Appiani si veda, anche per la bibliografia precedente: G. B. Sannazzaro, Nota di studio per le “Storie di Psiche” di Andrea Appiani nella rotonda della Villa Reale di Monza, in P. Biscottini, a cura di, Il museo negato: cento opere dalla Pinacoteca Civica di Monza, Milano 1994, pp. 145 e sgg. [9] G. Beretta, Le opere di Andrea Appiani, Milano 1848, p. 108 [10] G. BerettiOp. Cit., pp. 106 e sgg.

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