Una coppia di commodes di Francesco Abbiati

Francesco Abbiati commode

Francesco Abbiati, Coppia di commodes. Legno di pioppo intarsiato in legni vari.
Collezione privata.

Francesco Abbiati fu certamente uno degli ebanisti rilevanti del Neoclassicismo europeo. Nel 1787 viene menzionato per la prima volta nel Giornale delle Belle Arti, dove viene definito “ebanista milanese”. Anche l’anno successivo è a Roma perché di lui si parla nelle Memorie per le Belle arti dove apprendiamo che nacque a Mandello del Lario. La stessa fonte afferma che a Milano egli eseguì “lavori bellissimi” che recò poi con sé a Roma. Ma nessuna traccia documentaria che confermi queste affermazioni è oggi nota. Nemmeno è documentata una sua attività milanese. Vale però la pena leggere con attenzione il brano del Giornale delle Belle Arti del 1787:

“I grandi ingegni quando si rendono particolari nello loro rispettive Arti, qualunque esse sieno meritano che sia fatta onorata rimembranza delle loro fatiche, onde non senza ingiustizia si passerebbe in silenzio le Opere Sorprendenti del Sig. Francesco Abbiati Ebanista Milanese commorante in Roma in Campo Marzio presso al Palazzo di Firenze. Egli è l’istesso Artefice che nell’anno 1783 fabbricò la famosa Tavola Mattematica, che a uno scatto di molla invisibilmente si faceva grande, e piccola, e con molte altre prerogative, e rarità in essa mirabilmente congeniate, e costruite, ammirata dagl’intendenti, e indi acquistata da Sua Maestà la Regina di Napoli. Ha fabbricati dopo la summentovata Tavola due Comò non meno ingegnosi nella costruzione ma di gran lunga superiori in bellezza, e di un lavoro veramente sorprendente. Rassembrano essi costruiti senza tiratori sebbene ve ne siano quattro per cadauno, che uno piccolo superiormente nel fregio, e altri tre grandi, restano quasi coperti da una Tavola che a bella posta elevandosi, ed internandosi entro il primo tiratore discuopre i medesimi, e si vedono tanto essi quanto tutto il fusto elegantemente intarsiati di lavoro finissimo che sembra tutto una vera Pittura. L’intarsio è di un artifizio totalmente nuovo, e non più veduto, e senza esagerazione il primo in questo genere. Sono essi adorni di varie cornici frascheggiate fatte a rilievo, ma l’occhio di chiunque gode il piacevole inganno di crederle intagliate, quando sono realmente di puro legno intarsiato; tutto il restante è corredato di grotteschi con fiori, e di bellissime figure elegantemente disegnate, ed egregiamente disposte e con diverse Medaglie esprimenti Gruppi di Baccanti che sembrano alla vista di chiunque dipinte, ma sono un vero Mosaiaco di tutti legni orientali incastrati. Tutto l’insieme è sullo stile, e Disegno del Gran Raffaello da Urbino, come appunto sono gli ornati di detto Autore che si vedono nel vaticano. Questi comò poi per facilitarne il trasporto si scompongono in minutissimi pezzi, e sebbene siano d’un ossatura fortissima tengono un ristrettissimo luogo il che tanto più fa risaltare l’ingegnoso meccanismo e abilità del professore, che fa vedere all’Italia, che non vi è bisogno di ricorrere alle oltremontane contrade per avere simili lavori portati alla maggiore perfezione e gusto sublime.”

Intarsiatore di grande perizia è anche ebanista abilissimo nella costruzione di mobili con congegni e segreti ingegnosi, addirittura smontabili. Mobili “dipinti coi legni”, come per Maggiolini a Milano, decorati da intarsi minuti ispirati ai repertori ornamentali neoclassici. E i comò a cui si accenna nel brano, con cassetti celati da ante rientranti, sembrerebbero dimostrare un qualche legame con Giuseppe Maggiolini che per primo a Milano aveva messo a punto questo espediente. Le opere oggi note, raggruppate in un piccolo corpus da Alvar Gonzàlez-Palacios[1], confermano che il giudizio dell’ignoto estensore del brano citato non era fuori luogo. E’ sempre Gonzàlez-Palacios ad informarci, grazie al ritrovamento di alcuni documenti, che nel novembre 1791 Abbiati, lasciata Roma, alla volta di Madrid dove rivolge una supplica a Maria Luisa di Spagna, moglie di Carlo IV, nella quale chiede di poter lasciare la capitale spagnola alla volta di Roma portando con se il denaro ottenuto dalla vendita, ai sovrani stessi, di tre opere eseguite a Roma. Due di questi mobili sono probabilmente lo scrittoio e la toilette ovale ancora oggi conservati presso il Palazzo reale di Madrid. Insomma un ebanista, Francesco Abbiati, che viaggia per l’Italia e per l’Europa con le proprie opere: a Napoli e a Roma reca opere eseguite a Milano, a Madrid eseguite a Roma.
Guardiamo dunque le poche opere oggi note; a partire dall’unico mobile firmato, pubblicato da Clelia Alberici nel 1969[2]. Si tratta di un’opera giovanile, stilisticamente la si direbbe eseguita a Milano confermando la cronaca romana che lo dice “ebanista milanese”. E’ un piccolo tavolo finemente intarsiato con un piano caratterizzato da un trofeo di strumenti musicali su un fondo a marquetterie. Cela due cassettini e un leggio sulla cui tavola è intarsiata in trompe-l’oeil la pagina di uno spartito su cui compare l’iscrizione “Abbiati / Mandello”. E’ però poco probabile che fossero mobili simili a suscitare l’entusiasmo dei giornali romani e l’interesse nel 1783 della Regina di Napoli Maria Carolina – alla quale il fratello Ferdinando aveva inviato una piccola scrivania, capolavoro di Maggiolini perduto ma ricordato nelle cronache del tempo e ancora oggi documentato nel Fondo dei disegni di bottega.

Un netto cambio di passo si ha con il gruppo di opere, certo successive, che mostrano un gusto compositivo e ornamentale assai più raffinato e autonomo in cui l’intarsio si fa minutissimo. Si tratta di un tavolo da gioco presso il J. Paul Getty Museum di Malibu, di un tavolino da toilette e un inconsueto mobile ovale presso il Palazzo reale di Madrid. La decorazione di queste opere, come ha scritto Gonzàlez-Palacios, è “intricata, quasi ossessiva”. Inoltre Abbiati rifinisce le superficie in legni policromi definendo i dettagli e il chiaroscuro con un serrato lavoro di bulino degno di un provetto incisore in sostituzione dell’ombreggiatura impressa alle tessere nella sabbia arroventata secondo la tecnica di Giuseppe Maggiolini. L’impegno e la qualità del suo disegno a bulino sono tali da farci supporre che alla formazione di ebanista e intarsiatore, forse acquisita a Milano, egli dovette affiancare quella da incisore.
Per quanto i modelli ornamentali e figurativi che traduce in legno è in grado di muoversi nel vasto repertorio di incisioni ispirate all’antico più in auge nella Roma dell’ultimo quarto del XVIII Secolo. Nel tavolo oggi al J. Paul Getty Museum tutte le figurazioni mitologiche sul piano sono tratte dalle incisioni del volume di Ennio Quirino Visconti Il Museo Pio-Clementino, edito a Roma nel 1788, che illustra le collezioni di quello che era, in quegli anni, una tappa fondamentale della visita alla città eterna. Nel mobile ovale di Madrid assieme ai repertori romani dall’antico compaiono elementi ornamentali derivati da uno dei volumi a stampa di Giocondo Albertolli edito a Milano nel 1782. Paragonabile a questo tavolo è il particolare secrétaire comparso nel 1996 ad una vendita di Sotheby’s a Londra di cui Mario Tavella scrive: “the orror vacui of the decoration entirely dominates both these whimsical compositions”[3]. Anche in questo mobile la ricchezza ornamentale è debitrice di un altro volume di incisioni del tempo: la Descriptions des Bains de Titus di Nicolas Ponce edita a Parigi nel 1786. Un tavolo rotondo in collezione privata, reso noto da Alvar Gonzàlez-Palacios, è l’ultima opera oggi nota del nostro ebanista e, si vedrà, in diretto rapporto con l’inedita coppia di commodes di cui si scrive.

Un’inedita coppia di commodes, recentemente ricomparsa in una collezione privata, ripropone questo ebanista come uno dei più interessanti della storia del mobile neoclassico italiano. Si tratta di una coppia di commodes a due cassetti, su alti piedi tronco piramidali. Nelle forme e nelle proporzioni riecheggiano gli stilemi di quei mobili napoletani dell’ultimo quarto del XVIII secolo influenzati dal gusto e dalle forme del mobile inglese. Anche da un punto di vista costruttivo le due commodes presentano materiali e modalità di schietta impronta napoletana. Ciò non stupisce; abbiamo visto come Abbiati fu attivo a Napoli per la Regina Maria Carolina nel 1783; ed è probabile che a Napoli lavorò per un certo periodo. L’ipotesi potrebbe essere suffragata da un tavolo – ancora oggi presso il museo di Capodimonte – che riecheggia i suoi modi ma è firmato da un misterioso ebanista di nome Domenico Vannotti. Dunque non solo Abbiati lavorò a Napoli ma anche influenzò qualche bravo ebanista locale.

Francesco Abbiati commode

Ma vediamoli da vicino questi due mobili che presentano tutti i caratteri delle sue opere certe. A partire dall’utilizzo delle fonti dell’antico che ancora una volta sono derivate dalle tavole dei due volumi da quali egli abitualmente trae immagini per le sue tarsie: Il Museo Pio-Clementino e la Descriptions des Bains de Titus. Come era uso fare Abbiati utilizza alcune tavole che poi impiega con grande libertà, smontandole e rimontandole, dando origine a figurazioni che non hanno più alcun rapporto con i modelli originali. Con questa modalità compone le quattro figurazioni con personaggi nelle riserve su fronti e coperchi. Con grande gusto compositivo impronta la partizione architettonica caratterizzata dalla riserva con figurazioni dall’antico che, in trompe-l’oeil, si sovrappone a una grande cartella decorata da un lungo festone di foglie e frutti sui fronti e sui coperchi. Tutta la decorazione minuta, su più ordini di cornici, appartiene ai repertori della decorazione neoclassica, ed è armonizzata da Abbiati con grande attenzione per il dettaglio. Cartelle con festoni di foglie e frutti decorano anche i fianchi. Il fregio che corre sotto il piano è il medesimo che ritroviamo nel tavolino circolare pubblicato da Gonzàlez-Palacios, probabilmente altra sua opera “napoletana”. Anche nelle scelte dei legni degli intarsi Abbiati si conferma in queste opere attento alle scelte delle essenze. Impiega legni non comuni nella tarsia italiana del tempo, come il mogano, l’amaranto, il citronier. Predilige anche campiture, sia nelle figurazioni dell’antico sia nei dettagli ornamentali, in acero tinto verde che riesce a tingere in differenti gradazioni. Nell’insieme la tavolozza è luminosa; i festoni di frutti e foglie in acero verde spiccano su di un oscuro palissandro anche grazie ad un attento taglio radiale delle tessere che le rende cangianti e sensibili alla luce alla stregua di un velluto di seta. Per quanto riguarda l’intarsio si nota anche in queste opere la mancanza dell’ombreggiatura per mezzo della sabbia arroventata come era d’uso nell’intarsio del tempo. Abbiati predilige, è la peculiarità delle sue opere, una serrata profilatura che attraverso un fine tratteggio restituisce il chiaroscuro.


[1] A. Gonzàlez-PalaciosIl gusto dei principi, 1993, Vol.I, p. 350 e sgg., Vol. II, figg.625 e sgg. [2] C. AlbericiIl mobile lombardo, Milano, Goerlich, 1969, p. 192 e sg. [3] M. TavellaAdditions to the Oeuvre of Francesco Abbiati, in; “The Furniture History Society”, 2002, p. 97 e sgg.

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