Una commode a cineserie

Andrea AppianiChinoiserie, 1772 ca. Grafite, penna e tempera acquerellata su carta bianca, mm. 195×308. Milano, Gabinetto dei disegni delle Raccolte artistiche del Comune di Milano, Raccolta Maggiolini, Inv. C 23/1

Giuseppe MaggioliniCommode1773 ca
Fusto in legno di noce e abete intarsiato in palissandro, bois de violette, mogano, bosso, acero, acero tinto verde e altri legni. Maniglie, bocchette, angolari e scarpette in bronzo cesellato e dorato, cm 96x105x57
Milano, Civiche Raccolte d’Arte Applicata, inv. Mobili n. 346
Restauro Giuseppe Beretti, 2007

Bibliografia:
G. Marangoni, Gli intarsi del Maggiolini, in «Città di Milano», marzo 1918, p. 53
N. Barbantini, G. Lorenzetti, G. Morazzoni, T. Tarchiani, a cura di, Il Settecento italiano, Milano-Roma 1932, Tav. LXXXXIII, figg. 186-189
W. Terni de Gregory, Vecchi mobili italiani, Milano 1953, p. 172
G. MorazzoniIl mobile intarsiato di Giuseppe Maggiolini, Milano 1953, Tav. I, p. 23
W. Terni de Gregory, Vecchi mobili italiani tipi in uso dal secolo XV al XX, Milano 1957, p. 159
G. Rosa, Mobili lombardi del Settecento, in «Antichità Viva», 5.1962, p. 45
G. RosaI mobili delle Civiche Raccolte Artistiche di Milano, Milano 1963, n. 246
C. Alberici, Il mobile lombardo, Milano 1969, p. 173
E. Baccheschi, Cineserie rococò nell’ambiente maggioliniano: Andrea Appiani e Watteau, in «Arte Lombarda», 1969, pp. 147-150
C. Witt-Dörring, Ein Schreibtisch von Giuseppe Maggiolini, in Alte und moderne Kunst, Vienna 1980, pp. 38-39
A. González-Palacios, Il tempio del gusto. Il tempio del gusto. La Toscana e l’Italia Settentrionale, Milano 1984, pp. 270-271
G. Beretti, Appunti per uno studio sull’opera della bottega di Maggiolini, in «Rassegna di Studi e Notizie», XV, 1989-90, pp. 89-111
E. Colle, Modelli d’ornato per Giuseppe Maggiolini, in «Prospettiva», 65.1992, pp. 80-81
G. BerettiGiuseppe e Carlo Francesco Maggiolini, l’officina del Neoclassicismo, Milano 1994, pp. 34-41
E. ColleMuseo d’Arti Applicate: mobili e intagli lignei, Milano 1996, pp. 77-82
E. Colle, Il mobile rococò in Italia: arredi e decorazioni d’interni dal 1738 al 1775, Milano 2003, pp. 396-399
G. Beretti, Il mobile dei Lumi, Milano nell’età di Giuseppe Maggiolini (1758-1778), Vol. I, Milano 2010, pp. 104-107

La commode, oggi presso le Civiche Raccolte milanesi, è tecnicamente e stilisticamente più involuta della scrivania oggi a Vienna. Certamente si trattò per l’officina di una commessa importante, eseguita per un committente di gusto aggiornato e dotato di rilevanti possibilità di spesa: lo testimoniano i bronzi che ornano i cassetti, gli spigoli e i piedi, per gusto come per perizia esecutiva straordinari nell’ambiente milanese. L’intera superficie del mobile placcata in bois de rose fa da sfondo, su facciata, coperchio e fianchi, all’intarsio di un’inusitata bordura: embrione di un motivo a catena che maggiolini svilupperà, verso il 1775, nelle commodes Greppi. Al centro delle ampie riserve in tal modo ottenute sono inserite quattro vezzose scenette cinesi incorniciate da una compassata cornice Rocaille. La mossa del fusto, nella sua forma superiormente rigonfia, risulta un poco sgraziata, quasi a palesare lo sforzo compiuto da un Giuseppe Maggiolini costretto ad esprimersi in una lingua straniera. Di questo mobile nel Fondo dei disegni dell’officina non si conservano schizzi o progetti relativi al fusto, alle decorazioni o ai bronzi, ma soltanto due tempere per le cineserie intarsiate sulla facciata e sul coperchio. Quando si rese opportuno che qualcuno provvedesse ai cartoni che l’intarsiatore avrebbe tradotto, Giuseppe Maggiolini incaricò della faccenda un apprendista di Giuseppe Levati (1739-1828): Andrea Appiani (1754-1817).

Fu così che il giovanissimo Andrea Appinani, che sarebbe diventato il sommo pittore dell’epoca neoclassica, si trovò alle prese con la richiesta da parte di Maggiolini di due tempere a soggetto sinizzante. Va da sé che, come il Mezzanzanica, pure Giuseppe Beretta non volle ricordare, nella sua biografia dell’artista[1], siffatti esordi dal suo punto di vista a dir poco indegni. I disegni e il mobile stanno invece dispettosamente a testimoniarli: la collaborazione tra i due futuri protagonisti dell’ultimo gusto Rocaille. I disegnetti che Maggiolini commissionò al ragazzo ancora oggi si conservano nel Fondo dei disegni dell’officina (Inv. C 23/1, Inv. C23/2)[2]. Rappresentano due scene di vita e costumanze cinesi che l’ebanista poi inserì nelle cartelle al centro della facciata e del piano del mobile che andava realizzando. Per le più piccole cartelle intarsiate sui fianchi Maggiolini invece impiegò come modello due incisioni di una “Suite de Figures Chinoises d’apres Vateau […]” in suo possesso, e ancora oggi conservate nel corpus della sua eredità cartacea[3]. E’ probabile che anche i due disegni dell’Appiani altro non siano che d’après di modelli a stampa di quell’Oriente di maniera che a quel tempo circolava nelle botteghe e nelle manifatture di mezza Europa. Se teniamo buona la datazione del mobile agli anni immediatamente precedenti il 1773 oggi accettata dalla storiografia, sarà bene ricordare come Andrea Appiani, nato nel 1754, all’epoca di questa commessa non avesse nemmeno vent’anni. Nessuna velleità artistica traspare da questi due diligenti disegni, asserviti all’abbisogna dell’intarsiatore, che ne ricavò due spolveri, anch’essi conservati tra le carte maggioliniane (Inv. C 184, Inv. C 185). Più che disegni sembrano incisioni finemente colorate: i volti, gli abiti, le piante, gli stravaganti oggetti cinesi che connotano le scenette e tutti gli altri dettagli, sono disegnati in modo minuto: il chiaroscuro è reso da un fitto tratteggio, e con la stessa tecnica sono rese le ombre portate. Non vi sono elementi che lascino trasparire qualcosa dei disegni che lo stesso Appiani eseguirà, sempre per il Maggiolini, solo pochi anni più tardi. La paternità è garantita dall’iscrizione “Appiani Andrea” apposta su entrambi i fogli; una vera e propria firma o forse un appunto di bottega.


Nessun disegno si conserva, nel Fondo dei disegni dell’officina, relativo alle montature in bronzo che impreziosiscono questo mobile. Certo la loro invenzione non spettò a Giuseppe Maggiolini, nemmeno a Giuseppe Levati ma, ne siamo convinti, ad Agostino Gerli (1744-1821) che in virtù della sua formazione parigina ben conosceva il valore del bronzo ornamentale nei mobili. Intagliatore in legno come pure plasticatore, era la persona più adatta non solo ad ideare simili decorazioni, ma anche a fornire il modello, in legno o in gesso, al bronzista. I rimandi stilistici di questi bronzi al prossimo gusto Louis XVI, in particolare al fantasmagorico ciclo de La Nouvelle Iconologie Historique di Jean-Charles Delafosse (1734-1791), sono evidenti. Nelle maniglie dei cassetti di questo mobile, in cui serpenti incorniciano mascheroni, il confronto con numerose incisioni di quel ciclo è addirittura palmare[4].


[1] G. Beretta, Le opere di Andrea Appiani, Milano 1848 [2] G. Beretti, A. Gonzàlez-Palacios, Giuseppe Maggiolini, Catalogo ragionato dei disegni, Milano 2014, pp. 244-245 [3]Raccolta di carte varie di Giuseppe Maggiolini” Milano, Raccolta A. Bertarelli. Il volume è parte integrale del fondo dei disegni di bottega e assieme a questo entrò nelle Civiche Raccolte d’Arte nel 1882 [4] Si confronti, ad esempio, una delle maniglie con il dettaglio di mascherone della Tav. 88 della Nouvelle Iconoligie Historique

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