Opera prima 1758

Giuseppe Maggiolini, Tavolo da gioco (di una coppia), 1758
Legno di noce, abete e pioppo impiallacciato in radica di noce, intarsi in legno di bosso, gambe e cornici in legno di noce e pero tinto nero.
Collezione privata
Restauro Giuseppe Beretti, 2002

Bibliografia:
G. Beretti, Laboratorio, contributi alla storia del mobile lombardo, Milano 2005, pp. 12-21
G. Beretti, Il mobile dei Lumi, Milano nell’età di Giuseppe Maggiolini (1758-1778), Vol. I, Milano 2010, pp.53-58

Fino ad alcuni anni or sono, le opere già storicizzate riconducibili a Giuseppe Maggiolini erano databili a non prima dell’inizio degli anni Settanta. La scrivania eseguita come donativo per l’imperatrice Maria Teresa, giunta a Vienna nel giugno del 1773[1], dovette essere realizzata a Parabiago verosimilmente nel corso del 1772. Forse a poco prima risalgono la commode delle Civiche Raccolte milanesi (Inv. Mobili 346) e un piccolo tavolo Louis XV in collezione privata genovese. Si tratta di opere affatto sorprendenti per la realtà dell’artigianato milanese di quegli anni; opere nel complesso addirittura inspiegabili eseguite da un giovane Maggiolini che, nato nel 1738, all’epoca aveva da poco oltrepassato i trent’anni. Un’età che, senza spiegare la rottura che questi mobili rappresentano nella realtà milanese, necessariamente sottendono, in virtù della qualità degli stessi, un apprendistato e una pratica almeno decennale.
La scoperta in una collezione privata di una coppia di tavoli da gioco ha colmato, nel 2001, questa mancanza non da poco nella ricostruzione della vicenda artistica di Giuseppe Maggiolini. Si vedrà però bene come si tratti di mobili che per la loro qualità, per la loro particolarissima ideazione, anticipano la data degli esordi mostrandoci un artigiano ancora una volta già perfettamente formato, in grado di licenziare opere del miglior gusto Barocchetto, esecutivamente eccelse e di gran lunga superiori a quelle eseguite dalla maggior parte delle botteghe attive nel ducato.
Uno dei due tavoli, entrambi firmati per esteso, reca anche la data: «2 ottobre 1758». Giuseppe Maggiolini li eseguì dunque senza avere ancora compiuto vent’anni. Sette anni separano questa coppia di tavoli dalla scoperta dell’umile falegname di paese che, secondo il suo biografo don Giacomo Antonio Mezzanzanica, il pittore Giuseppe Levati (1739-1828) fece «verso l’anno 1765 incirca». Così don Mezzanzanica descrisse quell’incontro:

«Usciti entrambi dalla chiesa [Giuseppe Levati e il marchese Pompeo Litta, N.d.a.], e girando oziosamente lo sguardo, al Levati vene fatto di sorgere poco lontano alcuni capi di mobiglia, fuori di un’umile porticina sulla strada, che lasciava supporre essere l’ingresso alla bottega d’un falegname. Oh!, disse il Levati al Marchese, andiamo a vedere come lavorano i falegnami di Parabiago; e così dicendo mossero i loro passi verso la casa indicata, posta sulla piazzetta Santini. Era un tavolino che si trovava esposto, con alcuni fusti di quei cuscini che le donne tengono sulle ginocchia quando cuciscono. Non era affatto lavoro pregevole di tarsia, ma erano impiallacciature di legni diversi nostrali, combinate a disegni semplici sì, ma non prive di un certo buon gusto. Quel che però piacque fu di osservarvi un lavoro diligente, cogli svolti dei listelli fatti ad angoli ben serrati, come pure bene serrati i fili, così che quei molti pezzetti di legno l’uno all’altro si univano tanto vicini, da rendere quasi impercettibili i punti e le linee della loro connessione»[2].

I tavoli ritrovati mostrano un’abilità tecnica e soprattutto un’inventiva ben superiore a quella che lascia immaginare la descrizione del diligente ma umile tavolo che attirò quel giorno sulla piazza l’attenzione di Giuseppe Levati.
Si tratta di due tavoli da gioco apribili a libro, impiallacciati in noce e radica di noce, decorati sui fili dei piani e sulle fasce da cornicette ebanizzate, con gambe Rocaille anch’esse in legno ebanizzato. Il gusto è quello della migliore ebanisteria milanese della metà del XVIII secolo. La qualità esecutiva è un po’ superiore alla media artigianale. L’intarsio nel complesso appare un dettaglio ornamentale di buona qualità ma di scarsa importanza, diligentemente eseguito con la tecnica antica dell’inserimento della tessera direttamente nel massello del fondo: delinea sui piani esili rametti, sulle fasce piccoli motivi Rocaille negli angoli e sul fronte dei cassettini. Nessun elemento permette di collegare quest’intarsio con quello che troviamo nelle prime opere storicizzate eseguite attorno all’inizio degli anni Settanta. Sui piani semplici filettature di legno chiaro disegnano le incorniciature mistilinee delle riserve impiallacciate di radica. Anche in questo caso la radica fu inserita nelle tavole di noce che costituiscono i due semipiani. La costruzione del fusto è in entrambi i mobili di buon livello, ma nel complesso piuttosto sbrigativa. Siamo insomma in presenza di due tavoli che, anche osservati con cura, sarebbero apparsi come oggetti di alta qualità lombardi in virtù della loro tipologia, dell’impiallacciatura che li riveste, delle cornici e delle gambe ebanizzate, ma frutto di un’ideazione del tutto particolare. E di fatto il confronto tra questi tavoli e opere lombarde conosciute è impossibile. Lo è soprattutto in virtù delle gambe, unite al fusto da un possente ricciolo dalle fini nervature ben modellate, caratterizzate da due controcurvature raccordate da un secondo ricciolo che ne marca l’articolazione e completate inferiormente da un terzo poggiante a terra. La loro sezione è quadrangolare così da permettere la comparsa su tre lati di piccole riserve non ebanizzate, in cui Maggiolini dipinse a tempera nervose venature a simulare una finissima radica di noce. Non ci vengono alla mente gambe siffatte negli arredi milanesi oggi conosciuti. Forse qualcosa di simile è ravvisabile in una non comune panca a suo tempo pubblicata da Clelia Alberici, caratterizzata, come scrisse l’autrice, da «una libertà di concezione e da uno sviluppo inconsueti»[3]. Non può sfuggire nemmeno la particolarità del grembiale finemente intagliato a lambrequin che completa il filo inferiore delle fasce. Motivo quest’ultimo tuttavia non raro nei mobili milanesi, come testimonia un inginocchiatoio già esposto alla mostra sul Settecento lombardo[4].
Certo è che, non fosse per le iscrizioni, nessuno avrebbe potuto attribuire questi  due mobili a Giuseppe Maggiolini. Ma le scritte al verso delle sponde di entrambi i cassetti celati nella fascia sotto il piano, non lasciano dubbi. La prima, redatta a penna con inchiostro nero e bella calligrafia, recita:

«Io Giuseppe Maggiolino
Parabiago il Di 2 Ottobre
1758 .F.»

La seconda, nella medesima posizione sul cassetto del secondo tavolo, più in piccolo e di traverso, in maniera quasi informale rispetto alla prima:

«Io Giuseppe Magiolini
Parabiago F.».

Che il primo dei due tavoli, quello recante la data, sia una sorta di capo d’opera, come parrebbe suggerire la grande scritta a penna sul retro del cassetto, non ci pare ipotesi suffragata della qualità esecutiva molto concreta, per nulla interessata a quei particolarismi tecnico-esecutivi che contraddistinguono solitamente i capi d’opera. Il secondo tavolo dovette essere eseguito successivamente alla consegna del primo, come testimoniano alcune differenti scelte ornamentali e le misure non perfettamente sovrapponibili. Non troppo tempo dopo però, visto che le radiche delle impiallacciature sono ricavate dal medesimo pezzo di noce. L’esecuzione del fusto è nel secondo mobile più accurata, o meglio più collaudata. Le belle gambe sono arricchite con l’aggiunta di una foglia Rocaille intagliata all’esterno del ricciolo mediano assente nel primo tavolo.
Da dove trasse ispirazione il giovane falegname per eseguire oggetti stilisticamente così arditi è al momento una questione irrisolta. Forse ebbe una qualche parte nell’ideazione delle forme e dei decori Antonio Maria Coldiroli, ricordato dal Mezzanzanica come maestro e consigliere del giovane Maggiolini[5], del quale nel Fondo dei disegni di bottega sono conservate numerose tavole di disegni architettonici tutte ricavate dalla trattatistica cinquecentesca. Nessun elemento oggettivo permette tuttavia di fondare con certezza questa ipotesi.
Giuseppe Levati, che per primo fornì innovativi modelli di mobili all’ultima moda, sarebbe entrato nell’orbita maggioliniana, sempre secondo il Mezzanzanica, quasi un decennio più tardi, verso il 1765: in effetti Giuseppe Levati, nato nel 1739, anche se solo di un anno era più giovane di Giuseppe Maggiolini e all’epoca dell’esecuzione di questi tavoli ancora macinava colori alle dipendenze di una quadraturista, oggi dimenticato, di nome Comaschino[6]. Per completare il quadro Agostino Gerli (1744-1821), vero sodale del Maggiolini attorno ai primi anni Settanta, nel 1758 aveva solo quattordici anni.

Franz-Xavier Habermann, invenit. Mobile a doppio corpo con orologio. Milano, Raccolta delle Stampe Achille Bertarelli, Album Maggiolini (Inv. Voll. FF 32)


E certo l’ispirazione il giovane Maggiolini non dovette trarla da quanto andavano eseguendo gli ebanisti milanesi del tempo, visto che tutto ciò che la storiografia ha pubblicato pare a confronto con questi tavoli, una goffa interpretazione dei modelli del Roccocò europeo appesantita da un gusto tardo-seicentesco duro a morire. Uno dei mobili più celebri di questa produzione, il mobile a doppio corpo firmato «Fratres De Valentinis Mediolanenses ho Opus fecerunt an. 1763» – già pubblicato da Clelia Alberici[7] e poi da Alvar Gonzàlez-Palacios[8] – appare, se confrontato con questi tavoli, un’opera caratterizzata da forme e decori scontati.
Una capillare ricerca nei modelli ornamentali Rocaille a stampa austriaci potrebbe forse riservare qualche sorpresa. Si pensi allo sterminato ciclo di oltre cinquecento incisioni di Franz Xaver Habermann (1721-1796) pubblicato dall’editore Hertel ad Augsburg: vera e propria miniera di idee per gli ornatisti e i decoratori di mezza Europa. Che Giuseppe Maggiolini conoscesse bene quel ciclo, pubblicato a fascicoli a partire dal 1746 e certamente circolante nella Lombardia austriaca, è testimoniato dalla presenza di alcune di quelle tavole tra le carte oggi presso la Civica Raccolta delle Stampe Achille Bertarelli[9]. Si tratta di quattro incisioni: due rappresentanti ricchi altari e due mobili a doppio corpo improntati alla più bizzarra Rocaille, poggianti alternativamente su una commode e su un tavolo a console dalle gambe non così lontane da quelle dei due tavoli da gioco.


[1] G. Beretti, Il mobile dei Lumi, Milano nell’età di Giuseppe Maggiolini (1758-1778), Milano 2010, pp. 108-109 [2] G. A. Mezzanzanica, Genio e Lavoro, Biografia e breve storia delle principali opere dei celebri intarsiatori Giuseppe e Carlo Francesco Maggiolini, Milano 1878, p. 10 [3] C. Alberici, Il mobile lombardo, Milano 1969, p. 140 [4] L. Bandera Gregori, Il mobile lombardo tra Barocco e Rococò, in Settecento lombardo, Milano 1991, pp. 480 e sgg. [5] G. A. Mezzanzanica, Op. Cit., pp. 12 e sgg. [6] I. Fumagalli, Elogio di Giuseppe Levati, in Atti dell’I.R. Accademia delle Belle Arti in Milano, 1836, p. 11 [7] C. Alberici, Op. Cit., p. 112 [8] A. Gonzàlez-Palacios, Il tempio del gusto. La Toscana e l’Italia Settentrionale, 1986, I, p. 263 [9] Raccolta di carte varie di Giuseppe Maggiolini, Milano, Civica Raccolta delle Stampe Achille Bertarelli, Voll. FF. 32

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