Un dono per l’imperatrice

Giuseppe MaggioliniScrivania1773
Fusto in legno di noce, abete e pioppo intarsiato in bois de violette, bois de rose, acero, bosso, pero, avorio, ebano, e altri legni non correttamente identificabili. Applicazioni in ottone cesellato e dorato, cm 85x134x75
Vienna, Möbelmuseum

Bibliografia:
C. Witt-Dörring, Ein Schreibtisch von Giuseppe Maggiolini, in Alte und moderne Kunst, Vienna 1980, pp. 38 e sgg.
A. González-Palacios, Il tempio del gusto. La Toscana e l’Italia Settentrionale, Milano 1984, 2 Voll., I, p. 271
G. Beretti, Giuseppe Maggiolini, l’officina del Neoclassicismo, Milano 1994, pp. 42-49
G. Beretti, Il mobile dei Lumi. Milano nell’età di Giuseppe Maggiolini (1758-1778), Vol. I, Milano 2010, pp. 108-110

Successiva, forse di poco, alla commode con cineserie delle Civiche Raccolte milanesi (Inv. Mobili 346), dovette essere l’esecuzione da parte di Maggiolini della scrivania oggi presso il Möbelmuseum di Vienna[1]. Tra i rari mobili della carriera maggioliniana databile con certezza, fu probabilmente commissionata a Maggiolini nel corso del 1772, per giungere a Vienna prima del 3 giugno 1773. Così scriveva infatti a quella data l’imperatrice alla nuora Maria Beatrice d’Este a Milano:

La choix de la couleur je l’attribue à notre cher Ferdinand qui m’a fait un très jolie présent de Fayence et un bureau, mais que je ne verrais qu’après demain étant placé en ville dans mon nouvel appartement”[2].

Si parla “verosimilmente di questa scrivania”[3] che fu un dono di ringraziamento dell’arciduca Ferdinando alla madre Maria Teresa per quanto aveva fatto in occasione delle nozze, e ancora andava facendo per l’insediamento della corte milanese. Dai primi tavoli da gioco Barocchetto, eseguiti a Parabiago dallo sconosciuto e giovane falegname di paese nel 1758, alla consegna di questa scrivania nella primavera del 1773, erano trascorsi ben quindici anni di lavoro, di continuo affinamento tecnico nella difficile arte dell’intarsio, di continuo aggiornamento sui cambiamenti del gusto delle corti europee, soprattutto Parigi.
Questo mobile, che l’ebanista siglò “G. M. P.” (Giuseppe Maggiolini Parabiago) all’interno di un cassetto, rappresenta l’apice della carriera pre-neoclassica di un Maggiolini ebanista ed intarsiatore già formato, in possesso di una tecnica eccezionale e di un gusto non comune nella Milano di quegli anni.

Nessun documento lo testimonia, ma è verosimile che all’esecuzione di questo mobile presero parte con un ruolo di supervisori sia l’arciduca Ferdinando sia il suo ministro plenipotenziario Carlo di Firmian, sempre attenti alle vicende della decorazione e dell’arredamento dei palazzi di corte, qui attentissimi che a Vienna giungesse un mobile degno del nuovo appartamento dell’imperatrice. L’immagine che a Vienna l’imperatrice e il ministro Kaunitz avevano dell’artigianato lombardo era pessima. Le carte presso l’Archivio di Stato di Milano[4] relative alle spese per l’ammodernamento di palazzo Clerici, testimoniano di come le manovalanze locali fossero considerate a Vienna ignoranti in fatto di gusto come pure poco abili, e non ultimo disoneste. Un simile dono all’augusta madre doveva invece rappresentare, per l’arciduca e per il suo ministro, una dimostrazione dei progressi ottenuti a Milano dalla politica di appoggio e sviluppo dell’artigianato locale nel quadro del risanamento della politica economica del ducato. Per questa ragione il leggio di questo mobile, ispirato nelle forme alla Rocaille internazionale, fuoriesce sottile dallo spessore del piano per aprirsi a sorpresa recando intarsiata l’Allegoria del Buon Governo di casa Asburgo sul ducato di Milano.

Ancora una volta però siamo in presenza di un mobile poco riuscito nel disegno delle curve. Viene da chiedersi la ragione di questa pecca; tanto più che Maggiolini aveva dato prova di poter realizzare mobili Rococò di bellissimo disegno come la commode oggi presso le Civiche Raccolte milanesi (Inv. Mobili 1299) che precede di almeno un lustro questo nucleo, caratterizzato dall’esplosione dell’intarsio sull’intera superficie. La risposta sta proprio nella scelta compiuta da Maggiolini di estendere a macchia d’olio l’intarsio, facendone la caratteristica ornamentale dei suoi mobili. All’abilità dell’intarsiatore occorrono infatti superfici ben distese, prive di concavità o convessità troppo accentuate, per permettergli di stendervi il minuto intarsio, realizzato perfettamente in piano, che mal si adatta ad essere schiacciato contro curve troppo articolate. E’ dunque per un’esigenza prettamente tecnica, dettata dalla scelta di decorare per intero la superficie del mobile con intarsi, che Maggiolini disegna mobili sì ispirati alla Rocaille, ma le cui superfici presentano curve il più possibile dolci. Va da sé che le forme d’insieme ne risentirono; ma lo stupore che simili mobili dovettero suscitare nei contemporanei fece sì che le forme dei fusti, convenzionalmente alla moda, passassero in secondo piano.
Il fusto della scrivania oggi a Vienna fu completamente impiallacciato in bois de violette, sulle campiture di fondo Maggiolini stese un treillis di rosette “come in un mobile di Joubert”[5]. Ancora ritroviamo il fregio corrente, a mo’ di cornice, sulla facciata, fianchi e coperchio; di bel disegno, è il migliore di quelli visibili sui mobili di questo periodo. Completano l’ornamentazione montature in bronzo dorato di bell’invenzione ispirate al fantastico Oriente, ben fuse e cesellate.
Nel Fondo dei disegni dell’officina si conservano i disegni per le quattro cineserie intarsiate al centro della facciata, dei fianchi e del piano (Inv. C 42, Inv. B 131, Inv. B 131 bis, Inv. B 132)[6]. Non si è invece conservato il disegno dell’Allegoria del Buon Governo intarsiata sul leggio, né quello dell’Allegoria delle Arti, di spiccato carattere Louis XVI, che decora il pianetto scrittoio. A differenza delle tempere per la commode delle Civiche Raccolte Artistiche milanesi, quelle per le cineserie della scrivania, che Morazzoni attribuisce a Giuseppe Levati (1739-1828), mostrano ben altro carattere: velocemente disegnate e altrettanto velocemente acquerellate, sono il frutto di una bizzarria, peculiare allo spirito stesso della cineseria, che il disegnatore dimostra di avere ben assimilato. I dettagli sono appena abbozzati, chiaroscuro e ombre sono resi da veloci e sicure pennellate. Nel complesso questi fogli testimoniano di una confidenza tra il disegnatore ed intarsiatore assente nei minuziosi, spigolosi disegni del giovane Andrea Appiani (1754-1817). Maggiolini e i suoi collaboratori le tradussero con abilità, già padroni di una tecnica che andrà tuttavia negli anni successivi perfezionandosi per giungere all’apice nei mobili prodotti dalla metà degli anni Ottanta. Per quanto riguarda la loro paternità ci sembra che l’attribuzione a Giuseppe Levati proposta nel 1953 da Giuseppe Morazzoni, vada oggi confermata.

Giuseppe Levati (attribuito a), Cineseria, 1773 ca. Graffite, penna e acquerello su carta bianca, mm. 250×385. Milano, Gabinetto dei disegni delle Raccolte artistiche del Comune di Milano, Raccolta Maggiolini, Inv. B 132

[1] C. Witt-Döring, Ein Schreibtisch von Giuseppe Maggiolini, in Alte und moderne Kunst, Vienna 1980, pp. 38 e sgg. [2] Ivi. [3] A. González-Palacios, Il tempio del gusto. La Toscana e l’Italia Settentrionale, Milano 1986, 2 Voll., I, p. 271 [4] ASM, Fondo Potenze Sovrane, Busta 90 [5] A. González-Palacios, Op. Cit., p. 271 [6] G. Beretti, A. González-PalaciosGiuseppe Maggiolini. Catalogo ragionato dei disegni, Milano 2014, pp. 119, 252

0 replies on “Un dono per l’imperatrice”