Giocondo Albertolli: due tavoli a consoles per il Regio Ducal Palazzo

Dei mobili che Giocondo Albertolli (1742-1839) disegnò per il palazzo di corte dell’arciduca Ferdinando, a completamento delle decorazioni delle volte eseguite a partire dal 1774, quasi nulla è giunto sino ai giorni nostri. Sebbene scarsa fu la memoria che di questi lavori egli volle lasciare nei suoi volumi a stampa – le immagini di mobili di sua invenzione compaiono solo nelle Tavole VI, IX, XVIII del secondo volume Alcune Decorazioni di Nobili Sale edito nel 1787 – quella della progettazione di mobili dovette essere un’attività, certamente a latere della più impegnativa di stuccatore, ma esercitata con una certa continuità. Infatti, scorrendo i suoi disegni oggi presso il ricco Fondo Albertolli dell’Archivio di Stato di Bellinzona, non è difficile imbattersi in veri e propri progetti e minuziosi dettagli ornamentali di mobili, alcuni dei quali relativi ad arredi per il Regio Ducal Palazzo. Si tratta per lo più di mobili alla “Nuova Maniera” o di “gusto grecho” secondo la definizione ancora vaga, non ben definita, del tempo, per noi oggi semplicemente neoclassici. Arredi, a giudicare dai disegni, perfettamente inseriti nel gusto ornamentale degli ambienti della reggi milanese che emerge dalla lettura dell’inventario del palazzo eseguito nel 1788[1], caratterizzati da ornati finemente intagliati, dorati “a lustro”, su fondi bianchi o dalle tenui policromie verdi e celesti. Non v’era sala del piano nobile che non presentasse una coppia di tavoli intagliati, dorati e “coloriti nei fondi”, con piani in marmo dello stesso marmo di cui era fatto il camino, una grande caminiera riccamente intagliata e un numeroso finimento di sedie, anch’esse dorate e dipinte, rivestite della medesima stoffa delle tende alle finestre. Di queste centinaia di mobili componenti l’originario arredamento, oggi non rimane nulla. La loro dispersione cominciò nel maggio del 1796, con la fine del governo di Ferdinando, quando, con l’arrivo delle truppe francesi, il palazzo fu saccheggiato e parte degli arredi venduti all’asta[2]. Altri arredi rimasti in situ dopo questi sconvolgimenti epocali, non dovettero sopravvivere agli interventi di restauro che, per volere di Napoleone, interessarono il palazzo a partire dal 1803-1805, forse perché oramai troppo rovinati, forse perché considerati di gusto obsoleto. Certo Napoleone preferì lo splendore di arredi completamente dorati alle tenui lacche d’epoca ferdinandea. Qualcosa si dovette tuttavia salvare; la campagna fotografica della reggia eseguita nel 1739, mostra alcuni ambienti del palazzo, appena pochi anni prima della distruzione, con alcuni arredi stilisticamente riconducibili al gusto dell’epoca del restauro piermariniano. Poche cose, poi disperse o perdute, come due tavoli a console molto prossimi al maturo gusto albertolliano, che si vedono nelle fotografie della sala degli specchi[3], la settecentesca “galleria”, completamente distrutta nel corso dei bombardamenti alleati dell’agosto del 1943.

Gli unici mobili settecenteschi ancora oggi conservati a Palazzo Reale, e grazie al riarredo di alcuni ambienti, intrapreso nell’ambito dei lavori per la costituzione del Museo della Reggia, restaurati e posizionati nella sala per la quale furono molto probabilmente disegnati, sono una coppia di tavoli a consoles in lacca bianca, celeste e grigia, con fini intagli dorati e piani in marmo bianco di Carrara. Il restauro, intrapreso nel 2001, ha fornito un certo numero di indizi che ci sembrano permettano, oltre che di stabilirne una sicura datazione settecentesca, anche di ipotizzarne una paternità albertolliana.
Non si tratta di mobili inediti, ché uno dei due tavoli, per lungo tempo conservato all’ammezzato della scala che porta alla Soprintendenza milanese per i Beni Culturali, non era sfuggito al Colle che lo ritenne d’epoca Impero[4]. Il pendant giaceva invece nel magazzino che trovava posto nelle sale dell’Appartamento di Riserva al piano nobile del palazzo, unico angolo non devastato dai bombardamenti del 1943. Lo stato di conservazione di questi tavoli in lacca bianca e oro, appesantiti da spesse verniciature posticce, con applicazioni di sottili fregi traforati e intagliati in gran parte perduti, non rendeva cosa facile una loro corretta lettura. Potevano addirittura apparire più tardi della datazione proposta dal Colle, in virtù del loro carattere neorinascimentale. Il sospetto di essere in presenza di una coppia di tavoli risalenti all’epoca arciducale è sorto già prima del restauro osservando attentamente la tecnica esecutiva del manufatto, che presenta tutte le caratteristiche di un mobile della seconda metà del Settecento. Con i primi tasselli di pulitura il mobile andava mostrando, sotto le pesanti ridipinture ottocentesche, l’originaria lacca del primo stato: bianca sulle gambe e sulle fasce, celeste nelle riserve di queste ultime e grigia scura sui plinti cubici delle gambe.
Lacche magre, denominate a quel tempo “biacche”, ossia semplici tempere stese su di una sottile preparazione a gesso, protette da un velo di vernice trasparente, proprio come si usava nella Lombardia della seconda metà del Settecento. Lacche così sottili da presentare scarse zone di crettatura, caratterizzate da una finitura pittorica assai delicata, poco durevole, che costrinse a periodiche ridipinture degli arredi. Lo smontaggio delle quattro gambe, e di tutta una serie di cornici che non risultavano più coese al fusto, mostrava sempre più chiaramente peculiarità costruttive (chiodature, incollaggi nonché iscrizioni e numerazioni, redatte a penna con una grafia ancora di carattere settecentesco), che testimoniano di una laboriosità, diremmo quasi di una fatica esecutiva, che i mobili frutto della prassi costruttiva ottocentesca non presentano. La tecnica con cui le quattro gambe sono fissate al fusto, tramite un semplice incastro incollato e inchiodato, le grossolane code di rondine che legano le fasce, l’applicazione di spessori necessari alla tornitura delle gambe, il modo per sovrapposizione di spessori disuniformi con cui i grossi plinti cubici furono ottenuti, sono tutti elementi che parrebbero confermare d’essere in presenza di mobili eseguiti secondo una prassi esecutiva non collaudata.
A fronte di questa poco nitida esecuzione dei fusti, gli intagli dorati sono di splendida fattura, si osservi soprattutto il fine modellato, i sottosquadra delle guaine fogliacee in opposizione e delle corone centrali; lavoro da finissimo intagliatore è poi il lungo fregio delle fasce, e da abilissimo tornitore la lunga perlinatura che completa la cornice di foglie d’acanto che chiude superiormente le fasce.


Tutto confermava la prima intuizione di trovarsi in presenza di una coppia di mobili eseguiti in epoca piermariniana, e dunque verosimilmente parte dell’originario arredamento d’epoca arciducale del palazzo. Nell’insieme l’immagine dei tavoli a restauro completato, con gli intagli dorati e la lacca policroma, è del tutto sovrapponibile a quella che ci si fa dei tavoli a console del palazzo leggendo l’inventario redatto nel 1788.
A proposito di inventari i mobili recano numerose marche inventariali. Oltre alle abbondanti numerazioni e punzonature d’epoca sabauda, che qui poco interessano, le tracce degli inventari più antichi risalgono all’epoca napoleonica. Spicca la punzonatura MR (Mobilier Royale), impressa a fuoco sul filo inferiore delle fasce di entrambi i mobili, nel corso di inventario napoleonico di cui al momento si ignora la datazione.
Uno solo dei mobili presenta invece, incollato all’interno della fascia posteriore, il cartiglio apposto nel corso di un altro non meglio identificato inventario del palazzo sempre d’epoca napoleonica. Si tratta di un cartiglio tipografico su cui gli estensori scrissero a penna, nello spazio appositamente lasciato libero, il nome dell’ambiente in cui il mobile era collocato. In questo modo sappiamo con precisione che almeno uno di questi due tavoli, e dunque verosimilmente anche il suo pendant, in epoca napoleonica faceva parte dell’arredamento della “Sala del Lever”. Il nome di questa sala probabilmente deriva, come ci suggerisce Sandrino Schiffini attuale direttore del Museo della Reggia di Palazzo Reale, dal rito del lever, ossia il ricevimento mattutino che in questo ambente, prossimo all’appartamento privato dell’imperatore, aveva luogo secondo l’uso della corte imperiale.
Nell’inventario redatto nel maggio del 1814[5], fotografia del palazzo che ritrovarono gli austriaci al loro ritorno a Milano, nella sala chiamata ancora “del Lever”, ritroviamo “due tavoli in tinta ed oro con lastra di marmo”. Prima dell’incoronazione napoleonica questo ambiente, che Giocondo Albertolli definisce nella didascalia alla Tavola che ne illustra la volta “Sala di Udienza” dell’arciduca Ferdinando, viene ricordato nell’inventario d’epoca arciducale del 1788, al momento il più arcaico conosciuto, semplicemente come la seconda di tre anticamere apparate con arazzi. Tra gli arredi di questa seconda sala degli arazzi compaiono “Due tavoli a quattro piedi cadauno, con tinte diverse, e ad intagli dorati, con sopra tavola di marmo di Carrara bianco[6]. Troppo poco per permettere una sicura identificazione con i nostri due tavoli; la descrizione permette di immaginare solo due tavoli alla “Nuova Maniera” in virtù dei “quattro piedi cadauno”. Le “tinte diverse” e gli intagli dorati, lo si è detto, erano l’assoluta normalità degli arredi d’epoca arciducale. L’unico dato certo, confermato dalla presenza su uno dei due tavoli del cartiglio d’inventario napoleonico, è solo che prima del 1814 i tavoli si trovavano in una delle sale del palazzo decorata dal giovane Albertolli.
Si trova infatti in questa sala una delle più belle volte disegnate ed eseguite da Albertolli tra il 1775 e il 1778, illustrata alla Tavola XIV della prima raccolta albertolliana di incisioni Ornamenti Diversi del 1782. E molti sono gli elementi che permettono di ipotizzare, a proposito di questo ambiente, l’impegno albertolliano anche per la progettazione degli arredi fissi.
Nonostante il restauro abbia restituito a questi mobili così strettamente legati a quest’ambiente una veste cromatica tipicamente settecentesca, in linea con le descrizioni degli arredi settecenteschi del palazzo, è tuttavia impossibile non notare come si tratti di due mobili dal disegno davvero particolare.
A ben osservarli, con quelle gambe a balaustro dal plinto cubico, costituiscono quanto di più sorprendente il gusto neoclassico milanese ci ha lasciato. Si tratta di tavoli che non trovano paralleli nella coeva produzione settecentesca non solo milanese, che piuttosto fanno venire alla mente due piccoli altari cinquecenteschi. Forse perché le gambe poggianti sui plinti cubici ricordano quelle degli altari vasariani della navata sinistra di Santa Croce a Firenze. Il profilo della tornitura delle gambe pare addirittura copiato da un’altra opera vasariana: la balaustra della cappella del Monte in San Pietro in Montorio a Roma. Non dovrebbe sorprendere questa vicinanza con fonti d’ispirazione ornamentale cinquecentesca.
Infatti, per quanto riguarda l’ornamentazione alla “Nuova Maniera” l’interesse albertolliano per il recupero della tradizione quattro-cinquecentesca è cosa nota e tutto sommato scontata nell’ambiente culturale dell’accademia braidense dominato dal segretario Carlo Bianconi, la cui imponente collezione di disegni d’architettura e d’ornato quattro-cinquecenteschi Albertolliani non poteva non conoscere.
La Tavola con la quale si apre la sua prima raccolta di incisioni Ornamenti Diversi del 1782, rappresenta un “ornato preso dall’antico ma inciso anche nel cinquecento”. Di questa predilezione per i modelli ornamentali quattro-cinquecenteschi sono precisa e diretta testimonianza anche gli elenchi delle dotazioni di stampe della scuola albertolliana d’ornato, in cui spiccano le stampe delle logge vaticane di Raffaello, quelle di cartelle del Bramante, di Michelangelo e di Polidoro da Caravaggio[7].
A parte questa riflessione di carattere generale, vale la pena di notare come, nello specifico, i due tavoli di Palazzo Reale presentino alcuni dettagli ornamentali che ritroviamo in altre opere dalla sicura paternità albertolliana. Ci sembra si tratti di almeno tre punti di contatto, il primo dei quali addirittura palmare, e di altri due piuttosto precisi, che nel complesso costituiscono evidenze difficilmente considerabili casuali o di derivazione.

Artigiani milanesi su disegno di Giocondo Albertolli, Sedia intagliata e dorata, 1778 ca. Già Collezione Castelbarco Albani


Il primo di questi riguarda il disegno del lungo e finissimo fregio a catena che corre nelle riserve delle fasce dei tavoli. Identico motivo si ritrova sullo schienale di una sedia e di un divano, già pubblicati da Clelia Alberici nel 1969[8], la cui paternità albertolliana è stata provata dal ritrovamento[9], tra le carte albertolliane dell’Archivio di Stato di Bellinzona, del progetto in scala reale della gamba sormontata dal cameo. La vicinanza tra i due fregi è assoluta; addirittura in entrambi compaiono nei centri dei segmenti maglie circolari con all’interno un piccolo fiore. Il fregio presente sui tavoli è un poco più ricco di quello visibile sugli schienali delle sedie e del divano, ma questo è ovviamente dovuto al fatto che nel secondo caso fu intagliato con misure ridotte che non rendevano possibile, come nel caso dei fregi dei tavoli, anche la definizione del fiore inscritto negli anelli. Vale la pena di essere segnalato come un motivo decorativo che appare l’evoluzione per ricchezza immaginativa e articolazione plastica di questo fregio, lo si ritrova negli stucchi che Albertolli eseguì, tra il 1778 e il 1779, per la volta della Sala del Caffè di Palazzo Greppi in via Sant’Antonio a Milano.

Giocondo Albertolli, Disegno preparatorio per la Tavola XIX del volume Alcune Decorazioni di Nobili Sale. Graffiite, penna in grigio e acquerellature su carta bianca, cm 52,3×37,1. Bellinzona, Archivio di Stato del Cantone Ticino, Fondo Albertolli, Inv. 176


Il secondo punto di contatto, non immediato come il primo ma a modo suo assai preciso, riguarda la vicinanza tra il disegno e l’ornamentazione delle gambe a balaustro dei nostri tavoli e la forma della tornitura e l’ornamentazione del fusto di un candelabro che Albertolli pubblicò nel 1787. Un simile punto di contatto se considerato in assoluto, con una forzatura che preferiamo evitare poiché non ci sembra buon metodo confrontare opere di diverso genere, ancor più se eseguite a distanza di tempo, potrebbe addirittura risultare palmare alla stregua del precedente. Di contro è comunque probabile che quando Albertolli disegnò il candelabro, poi inciso assieme ad altri due alla Tavola XIX del volume edito nel 1787 Alcune Decorazioni di Nobili Sale, avesse bene in mente le particolarità del disegno della tornitura e dell’ornamentazione, caratterizzata dalla doppia guaina di foglie d’acanto in opposizione, dei nostri tavoli.
Da segnalare, almeno come curiosità, il camino, pubblicato da Giuseppe Morazzoni alla Tavola CCXCVIII del suo volume Il mobile Neoclassico italiano, che è caratterizzato da due colonne in marmo bianco per forma e ornamentazione affatto simili alle gambe di questi tavoli.
Il terzo elemento riguarda la prossimità dei fiori intagliati in altorilievo, inseriti nelle cartelle quadrate alle estremità delle fasce dei nostri tavoli, ai rosoni che, in sequenze di sette, corrono incassati nelle formelle del cornicione d’ispirazione rinascimentale della volta albertolliana dell’ambiente in cui i tavoli sono ancora oggi inseriti.
Il confronto diretto restituisce bene questa somiglianza; l’osservazione ravvicinata dei fiori sulle consoles conferma la sensazione d’essere in presenza di veri e propri piccoli rosoni di carattere architettonico, assai distanti dai fiori naturalistici che ritroveremo, solo pochi anni dopo, nelle mature opere di Albertolli.
Non si conoscono a tutt’oggi documenti che permettano di ricostruire la cronologia dell’arredamento del Regio Ducal Palazzo, ma è probabile che gran parte dei mobili che completarono la ristrutturazione piermariniana fossero eseguiti entro il 1778, anno in cui il palazzo fu ufficialmente inaugurato.
Una datazione dei nostri tavoli antecedente il 1778, e prossima al 1775-1776, parrebbe compatibile anche con l’arcaicità del manufatto, come si diceva frutto di una realizzazione complessa e per nulla scontata, riconducibile ad anni in cui per un artigiano la costruzione di un mobile alla “Nuova Maniera” rappresentava l’invenzione di un nuovo modus operandi.
Anche in relazione alla maturazione dello stile albertolliano siamo, con questi tavoli, in presenza di un’ideazione assai arcaica che costituì probabilmente uno dei primi tentativi del giovane stuccatore di cimentarsi nel disegno di mobili. Il lessico che egli utilizza, per dare forma a un mobile dal disegno del tutto nuovo ispirato all’antico, appartiene ancora completamente al mondo dell’ornamentazione architettonica: ad esso si ispirano infatti il disegno e l’ornato delle gambe, dei fregi, l’utilizzo dei rosoncini nelle cartelle agli angoli. Del tutto assente è, in questi tavoli, il nuovo lessico ornamentale che si esprimerà nei più conosciuti mobili alla “Nuova Maniera”: gli sgabelli per la Villa Arciducale di Monza, eseguiti su suo disegno attorno al 1783-1784[10]. Archetipi e delicate invenzioni, illustrati assieme ad un altro sgabello e ad un sofà, alla Tavola VI del volume Alcune Decorazioni di Nobili Sale edito nel 1787, in cui l’ornamentazione d’ispirazione classica trova nella continua reinvenzione di elementi zoomorfi e fitomorfici, un’impalcatura d’impronta naturalistica che è andata sostituendosi a quella che Albertolli, in questa coppia di tavoli, era andato ricercando negli elementi di un’ornamentazione architettonica di matrice rinascimentale. Una datazione circoscritta al biennio 1775-1776, e comunque anteriore la primavera del 1777, è suggerita da un confronto tra i tavoli e il finimento per il salone da ballo di Palazzo Greppi, disegnato nella primavera di quell’anno da un Albertolli ancora alla ricerca della propria personale maniera, non più ispirato dalla tradizione rinascimentale italiana ma dalla lingua parlata dai decoratori parigini alla corte di Louis XVI.


[1] Archivio di Stato di Milano, Fondi Camerali, Parte antica, Busta 204, Volume I [2] Storia del Memorabile Triennale Governo Francese e sedicente Cisalpino, Venezia 1800, p. 139 [3] G. Bescapé, Il Regio Ducal Palazzo dai Visconti ad oggi, 1970, pagine senza numerazione [4] E. Colle, Il mobile Impero in Italia, Milano 1998, p. 258 [5] Archivio di Stato di Milano, Fondo Potenze Sovrane, Busta 219 [6] Archivio di Stato di Milano, Fondi Camerali, Parte antica, Busta 204, Volume I, Foglio 15 [7] Gli elenchi sono pubblicati in G. Agosti, M. Ceriana, Le raccolte storiche dell’Accademia di Brera, Milano 1997, p. 127 (si veda anche la nota 25 a p. 156) [8] C. Alberici, Il mobile lombardo, Milano 1969, pp. 216-217 [9] G. Beretti, Giocondo Albertolli: le volte per il Palazzo Arciducale di Milano e la “nuova maniera d’ornare”, in «Rassegna di Studi e di Notizie», 21.1997, pp. 55-98 [10] G. Beretti, Giocondo Albertolli: uno sgabello a foggia di tripode per la Villa Arciducale di Monza, in «Rassegna di Studi e di Notizie», 19.1995(1996), pp. 45-54

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