La galleria del re di Polonia

Giuseppe MaggioliniLa galleria del re di Polonia, 1783
Pannello in legno di pioppo intarsiato in palissandro, acero, bosso, noce e altri legni non correttamente identificabili. Cornice in legno intarsiato, intagliato e dorato, cm 71×93
Firma sul retro “JOSEPH MAGGIOLINI / ET FRANCISCUS FIL. / PARABIAGHI DIOEC. MEDIOL. / F. 1783”
Collezione privata

Bibliografia:
A. González-Palacios
, Il gusto dei principi: arte di corte del XVII  e del XVIII secolo, Milano 1993, pp. 341-344
E. Colle, Le arti decorative, in F. Mazzocca, A. Morandotti, E. Colle, a cura di, Milano Neoclassica, Milano 2001, p. 552
L. Barroero, E. Colle, F. Mazzocca, a cura di, Il neoclassicismo in Italia da Tiepolo a Canova, catalogo della mostra (Milano, Palazzo Reale, 2 marzo – 28 luglio 2002), Milano 2002, p. 359

La produzione lignea della bottega Maggiolini è senza dubbio conosciuta per i preziosi arredi commissionati dalla corte e dalle più celebri e facoltose famiglie del tempo. Nel corso della sua lunga carriera Giuseppe Maggiolini esegue però anche piccoli quadri a intarsio, il primo dei quali ampiamente documentato da un dettagliato racconto di don Giacomo Antonio Mezzanzanica:

“Il re di Polonia Stanislao Poniatowski, aveva fatto costruire (o ristaurare) una magnifica galleria, che andava riempiendo di quadri, e ne aveva affidata la direzione ad un Algarotti, non so se Veneziano o Bolognese, ma sicuramente uomo di bei numeri. Lo seppe l’arciduca Ferdinando, e sia che tra lui e quel Re passasse intimità d’amicizia, od avesse verso di lui qualche grande obbligazione, pensò il Serenissimo a fargli egli pure un regalo d’una singolarità veramente speciale.
Spedì segretamente a Varsavia il pittore Levati, il quale intendendosela coll’Algarotti, all’insaputa del Re, prendesse il disegno della galleria per farne un quadro. Il disegno originale sulla carta, in una cornice liscia, a sagome eguali a quelle che aveva la traduzione in legno, esiste tuttora appeso ad una parete d’una mia saletta a Parabiago, ed ha la dimensione di M. 0,60 in larghezza, e M. 0,50 in altezza; intendendo la luce. Rappresenta l’interno della galleria suddetta, veduta in prospettiva per due lati, che si distendono lateralmente al terzo, il quale ha per fondo la porta d’ingresso, vedendosi al di fuori di questa anche una parte della terrazza e scalinata per cui vi si accede. L’architettura è d’ordine dorico, coi vòlti cassetto nati, vi si vedono le pareti tappezzate di quadri, dai quali Levati tolse anche i bozzetti necessarii, per dare la maggiore verità possibile al disegno; ed in essa galleria passeggia il Re, colle insegne reali, guidato da un genio alato, ed accompagnati dall’Algarotti, in abito di ministro, in atteggiamento di mostrare i quadri al suo signore.
L’Arciduca affidò il disegno a Maggiolini, perché lo eseguisse in tarsia, senza però comunicare a nessuno per chi dovesse servire, temendo forse che a Varsavia giungesse la notizia prima del regalo, e gli fosse tolta la compiacenza di fare una sorpresa […] il quadro […] chiuso in una superba cornice, essa pure intarsiata, riuscì d’una bellezza tale, che coi colori sopra una tela non lo si sarebbe potuto superare, a parità di condizioni. Fu tale la contentezza dell’Arciduca, che obbligò Maggiolini, benché assediato da tanti e gravi impegni, con cavalli e legno di Corte, a posta sforzata, girare le corti di Parma, Modena, Firenze, Reggio e Piacenza, per mostrarlo egli stesso a quei Duchi ed Arciduchi in parentela con Ferdinando.
Reduce a Milano Maggiolini venne generosamente pagato dall’opera sua, promettendogli altresì l’Arciduca che dalla generosità del re di Polonia, poteva aspettarsi una rimunerazione d’onore. Il quadro fece felicemente il suo viaggio per Varsavia, dove, com’era d’aspettarsi, fece sorpresa al Re ed all’Algarotti, che vi si vedevano così naturalmente dipinti in legno […].
A conferma di quanto ho detto, trascrivo qui un giudizio recato in proposito dal Giornale di Milano del 1783. Ultimamente […] Maggiolini ha fatto osservare alle LL. AA. RR. un quadro […] per cui riscosse i più sensibili e i più animati applausi: il quadro rappresenta [qui manca una parola: genio?] che invita un Re in una galleria, dove al ben intenso disegno delle figure, vi si vede una vaga architettura […] Il quadro è destinato per la Corte di Polonia […] Noi ci pregiamo di dare i più giusti encomii all’industre artefice di Parabiago, e non perderemo di vista il di lui figlio, il quale ha parte anch’egli nelle suddette opere, e speriamo che riuscirà degno del degnissimo suo padre”[1].

Giuseppe LevatiAtrio con colonne e scalone d’accesso, 1783 ca. Grafite e penna su carta bianca, mm. 408×332. Milano, Gabinetto dei disegni delle Raccolte artistiche del Comune di Milano, Raccolta Maggiolini, Inv. C 121

Il prezioso quadro, ritrovato nel 1993 da Alvar González-Palacios in una collezione privata[2], poi esposto alla mostra milanese sul Neoclassicismo in Italia[3], fu dunque realizzato su commissione dell’arciduca Ferdinando verso il 1783, e inviato alla corte di Polonia come prezioso donativo per il re Stanislao Augusto Poniatovski.
L’accurata descrizione che ne dà don Giacomo Antonio Mezzanzanica, basata su un disegno di Giuseppe Levati (1739-1828) di sua proprietà e oggi disperso, corrisponde al vero. La tarsia raffigura il re di Polonia che, affiancato da un genio alato, si rivolge a un dignitario di corte mentre si avviano verso una galleria tappezzata di quadri, alcuni dei quali, come ipotizzato da Alvar González-Palacios, potrebbero non essere frutto di sola fantasia[4].
Che il Mezzanzanica enfatizzi il racconto con aneddoti poco veritieri è cosa certa. Durante la sua lunga carriera Giuseppe Levati non si recò mai in Polonia, dunque non poté incontrare il monarca per farne un ritratto dal vero. Sebbene in abito di corte reale, l’età del personaggio non corrisponde infatti a quella che Stanislao Augusto Poniatowski, re di polonia dal 1764, doveva aveve intorno 1783. Inoltre, il personaggio “in abito di ministro” non può essere in alcun modo l’Algarotti (1712-1764) come sostenuto invece dal Mezzanzanica. Nel 1783, data d’esecuzione del quadro, Francesco Algarotti era già morto da quasi vent’anni. Su chi dunque possa essere il personaggio che si rivolge al sovrano si è già interrogato Alvar González-Palacios, asserendo che si potrebbe invece trattare del conte Augusto Moszynski, al quale era stata affidata l’organizzazione delle raccolte reali di Polonia[5].

Giuseppe LevatiStudio di figure maschili, 1783 ca. Grafite e penna su carta bianca, mm. 160×174. Milano, Gabinetto dei disegni delle Raccolte artistiche del Comune di Milano, Raccolta Maggiolini, Inv. A 84

Oltre a diversi schizzi dove si possono identificare alcuni motivi che compongono l’ornato dei vari ordini della ricca cornice del quadro, nel fondo Maggiolini presso le Civiche Raccolte d’Arte del comune di Milano si conservano due disegni preparatori eseguiti da Giuseppe Levati per la scena intarsiata.
Il primo (Inv. C 121) raffigura parte del fondale architettonico, con colonne e pilastri dorici, portali sormontati da semplici cornici e la lunetta che sovrasta l’ingresso dallo scalone [6]. Nel secondo (Inv. A 84) Levati studia invece le figure: quelle del re e del genio delle arti, appena accennate, sono palesemente di invenzione, il terzo personaggio, il dignitario di corte col tricorno sottobraccio, è invece con ogni probabilità un ritratto dal vero[7]. Sicuramente furono eseguiti altri disegni preparatori per il quadro a tarsia, anch’essi ad oggi perduti come lo studio d’insieme posseduto dal Mezzanzanica.
Per la composizione d’insieme del quadro Giuseppe Levati si rifece agli immaginari musei dipinti da Giovanni Paolo Panini intorno alla metà del secondo, o forse, come suggerito dallo stesso Gonzàlez-Palacios, alle opere del pittore romano Marcello Bacciarelli (1731-1818), attivo a partire dal 1766 per la corte di Varsavia[8].

Sul retro del quadro Maggiolini appronta un cartiglio ligneo alla greca, abilmente intarsiato, che reca l’iscrizione “JOSEPH MAGGIOLINI / ET FRANCISCUS FIL. / PARABIAGHI DIOEC. MEDIOL. / F. 1783”. Maggiolini afferma così di avere eseguito l’opera col figlio Francesco nel 1783, a Parabiago, diocesi di Milano, confermando dunque quanto riportato da don Mezzanzanica.
Con l’esecuzione di questo prezioso quadro a intarsio, come affermato da Alvar Gonzàlez-Palacios, “Maggiolini si dimostra non solo all’apice delle sue notevoli capacità, ma anche degno erede dei grandi maestri del Rinascimento; nulla ha da invidiare ai suoi contemporanei nordici come Riesener e persino Roentgen. Ogni cosa risulta convincente e si è qui raggiunta una sorta di inganno, simulando mirabilmente una tecnica per mezzo di un’altra”.[9]


[1] G. A. MezzanzanicaGenio e lavoro, biografia e breve storia delle principali opere dei celebri intarsiatori Giuseppe e Carlo Francesco Maggiolini, Milano 1878, pp. 50-52 [2] A. González-Palacios, Il gusto dei principi: arte di corte del XVII  e del XVIII secolo, Milano 1993, pp. 341-344 [3] L. Barroero, E. Colle, F. Mazzocca, a cura di, Il neoclassicismo in Italia da Tiepolo a Canova, catalogo della mostra (Milano, Palazzo Reale, 2 marzo – 28 luglio 2002), Milano 2002, p. 359 [4] A. González-Palacios, Op. Cit., pp. 341-344 [5] Ivi. [6] G. Beretti, A. Gonzàlez-Palacios,Giuseppe Maggiolini, Catalogo ragionato dei disegni, Milano 2014, pp. 275-276 [7] Ibidem, p. 37 [8] A. González-Palacios, Op. Cit., pp. 341-344 [9] Ivi.

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